Dante e la malattia

Due psicoterapeuti – Bonney Gulino Schaub e Richard Schaub – nel 2004 hanno pubblicato un libro intitolato “Il percorso di Dante” (Dante’s path: practical approach to achieving inner wisdom) in cui interpretano l’intera Commedia come una grande metafora della malattia. Secondo questi autori, l’Inferno corrisponde alla consapevolezza di essere malati, il Purgatorio al percorso di cura, il Paradiso indica il raggiungimento della guarigione. Inoltre, questi autori sospettano che Dante fosse affetto da una forma morbosa: la selva oscura in cui il Poeta si ritrova indicherebbe la sindrome depressiva; la guarigione, simbolizzata dal monte illuminato dal sole, non può essere raggiunta direttamente a causa delle tre fiere che ostacolano il percorso del poeta; il terapeuta-Virgilio guida Dante nel lungo percorso di cura.

Molto recentemente (agosto 2021), Carlos Lemos, un medico portoghese ha pubblicato su una rivista medica americana (The American Journal of Medicine) un articolo interamente dedicato alla Divina Commedia. L’autore sottolinea la numerosità delle condizioni cliniche descritte nella Commedia e ricorda che Dante studiò filosofia naturale all’Università di Bologna, sebbene non abbia mai esercitato la professione medica pur essendo iscritto all’Arte dei medici e speziali. Lemos si sofferma in particolare sull’epilessia: nell’ottavo cerchio dell’Inferno Dante descrive in dettaglio una crisi epilettica. Dante, inoltre, sviene più volte durante il suo viaggio: Lemos ritiene possibile che il poeta stesso fosse affetto da questa malattia.

The International Journal of Psychoanalysis, nel 2017 ha pubblicato un articolo di David Black in cui si afferma che il grande fascino della Commedia deriva dal profondo senso di verità psicologica con cui Dante affronta la dolorosa crisi personale che costituisce il punto di partenza narrativo del poema e permane come motivo costante in esso.

Alcuni medici italiani (Riva ed altri) hanno pubblicato su European Neurology nel 2015 un articolo in cui sostengono che Dante nelle sue opere dimostra di possedere conoscenze di neuroanatomia e neurofisiologia (crisi epilettiche, effetti dell’intossicazione da metalli, narcolessia) ed affermano, quindi, che le opere letterarie sono una fonte preziosa per gli storici della medicina.

Sul Journal of the American Academy of Psychoanalysis nel 2001, Chessick riflette sull’apparente contraddizione fra la piena adesione di Dante alla teologia cattolica e la sua evidente simpatia umana per alcuni dei dannati incontrati nell’Inferno, tanto da meritarsi talvolta i rimproveri di Virgilio. L’autore individua in quella contraddizione un comportamento umano universale: il possibile conflitto fra le proprie convinzioni istintive ed il sistema delle regole a cui pure aderiamo.

Alcuni neurofisiologi messicani (Bruno Estanol et al.), in un articolo pubblicato il 2014 sul Journal of Cardiovascular Medicine, ritengono che nel quinto canto dell’Inferno (Francesca e Paolo) sia contenuta la prima descrizione letteraria di una sincope emotiva (E caddi come corpo morto cade). La potenza poetica di quell’immagine ha indotto tre grandi pittori (Flaxman, Blake e Doré) a rappresentarla figurativamente.

La rivista medica Methodist Debakey Cardiovascular Journal, nella sua rubrica periodica dedicata alla poesia (‘Poet’s pen”) ha pubblicato il primo canto dell’Inferno (nella traduzione di Longfellow).

Per ovvie ragioni di spazio, questa sintetica rassegna non ha alcuna ambizione di esaustività: il numero di articoli, dedicati all’opera di Dante Alighieri, pubblicati da medici e su riviste mediche è nettamente più elevato di quanto riportato qui. Del resto, sono numerosi gli articoli pubblicati su riviste mediche internazionali che si riferiscono ad altri autori di opere letterarie: Shakespeare, Balzac, Mann e tanti altri.

Sanità e letteratura

L’interesse del mondo medico nei confronti dell’opera di Dante e, più in generale, nei confronti delle opere letterarie, costituisce uno dei segni di un bisogno sempre più sentito nel mondo sanitario contemporaneo: mi riferisco all’esigenza di riequilibrare il rapporto fra la dimensione tecnologica della medicina e la sua dimensione relazionale e antropologica.

A partire dalla metà del secolo scorso, le tecnologie biomediche hanno determinato risultati straordinari per l’allungamento della durata della vita, per la capacità di curare in modo efficace un numero sempre più elevato di malattie. Questi indubbi successi hanno comportato tuttavia anche degli effetti negativi, e non mi riferisco soltanto alla forte lievitazione dei costi sanitari, ma soprattutto all’impoverimento sempre più evidente della relazione fra il paziente ed il medico.

La medicina tecnologicamente sofisticata è diventata sempre più impersonale, frammentata in una molteplicità di specializzazioni e di specialisti e sempre più indifferente alla voce dei pazienti. La comunicazione fra operatore sanitario e paziente è stata in gran parte sostituita da indagini diagnostiche e referti di laboratorio.

La malattia non è un fenomeno esclusivamente biologico, ma ha un enorme spessore esistenziale. Trascurare o addirittura ignorare la voce del paziente, la sua storia, non è soltanto ferire la sua dignità, ma anche pregiudicare l’efficacia della cura.

Il bisogno di ritrovare la dimensione esistenziale della cura e del rapporto con il paziente si esprime, quindi, nel personale sanitario, anche attraverso la riflessione sulle opere letterarie che alla dimensione esistenziale della persona sono precipuamente dedicate.

Del resto, il movimento della medicina narrativa nasce proprio da qui: dall’esigenza di reagire alla deriva spersonalizzante della medicina ipertecnologica. La valorizzazione della narrazione, delle storie dei pazienti è considerata dalla medicina narrativa un momento fondamentale, necessario ed efficace del percorso di cura.

Le letture dantesche negli ospedali

Un ulteriore esempio dell’attenzione nel mondo sanitario alle opere letterarie è costituito dalla diffusione negli ospedali italiani delle letture dantesche.

Citerò solo pochissimi esempi tratti da una casistica piuttosto ampia e varia. Ad esempio, nell’ospedale di Vaio gli operatori sanitari leggevano terzine dantesche a favore dei cittadini in attesa della vaccinazione anti-COVID. L’ospedale Santa Maria Nuova di Firenze ha diffuso un video in cui gli operatori sanitari recitano versi della Divina Commedia: secondo la tradizione, quell’ospedale sarebbe stato fondato grazie a una donazione del padre di Beatrice Portinari.

Ad Oristano i versi del XXIX Canto dell’Inferno dedicati ai malati di malaria sono stati utilizzati come espediente e guida per un percorso fra gli ospedali della provincia.

Alla Divina Commedia come metafora della pandemia è dedicato un ciclo di pitture murali a Roma dello street artist Fulcro. L’artista ha paragonato l’Inferno all’esplosione della pandemia ed al periodo di lockdown; il Purgatorio alla diffusione della vaccinazione; il Paradiso, infine, è interpretato come prefigurazione di un futuro incerto e problematico: Dante povero chiede l’elemosina ai nuovi potenti della Terra: Amazon, Gucci, Nike.

(TL)

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