Recensione

LA MORTE DI IVAN IL’IČ

di Lev Tolstoj

Feltrinelli, 2020

Harold Boom, il noto critico letterario, sosteneva che Tolstoj fosse “il migliore dei narratori” in quanto nella sua arte “è difficile distinguere l’arte stessa dalla natura”. Questa considerazione è pienamente valida anche per questo lungo racconto che Tolstoj pubblicò nel 1886, nel quale il decorso di una malattia – peraltro non del tutto specificata – è descritto in modo straordinariamente preciso e, appunto, naturale.

“Come di fronte a Shakespeare – aggiunge Bloom – si finisce per cadere nell’illusione che sia la natura stessa a scrivere”. Nel racconto vediamo accadere quel che succede ad un uomo malato, le sensazioni, i sentimenti, i toni dell’umore, la speranza e la disperazione, le reazioni degli altri alla sua malattia e le sue reazioni alle reazioni degli altri.

Il racconto ha inizio con alcuni magistrati, colleghi del defunto, che si scambiano, senza alcuna emozione, la notizia della morte di Ivan Il’ič: il primo pensiero di ciascuno è il vantaggio che da quella morte può derivare per la propria carriera. E subito dopo ciascuno pensa: meglio a lui che a me.

Ivan Il’ič è un magistrato di mezza età “intelligente, vivace, piacevole e decoroso (…) che considerava suoi obblighi tutti quelli che consideravano tali le persone altolocate “. La sua vita è definita dal narratore ordinaria e piacevole, eppure anche “orribile”, ma senza alcuna giustificazione di questo termine: forse Tolstoj la considera tale perché “confortata dall’approvazione della società“.

La malattia esordisce subdolamente, con un banale dolore che tuttavia persiste e pian piano si aggrava.

Il primo contatto con un medico è descritto quasi in termini giudiziari: Ivan Il’ič, che è un giudice, si sente imputato ed il medico gli sembra si comporti da giudice. “Il dottore l’aveva guardato, severo, con un occhio solo al di sopra degli occhiali, come per dire: imputato, se non rimane nei limiti delle domande che le vengono poste, mi vedrò costretto ad allontanarla dall’aula.” In quell’apparente inversione dei ruoli, di fatto il medico non fornisce al paziente le informazioni che questo desidera ed innalza la barriera del linguaggio specialistico: “Per tutta la strada non aveva smesso di ripetersi quel che gli aveva detto il dottore, cercando di tradurre in un linguaggio semplice tutte quelle parole scientifiche ingarbugliate, confuse e di leggerci una risposta alla domanda che lo tormentava: stava male, molto male, o non era niente?”

Per Tolstoj, la malattia è essenzialmente un succedersi di stati d’animo, un insieme di condizioni esistenziali che determinano la vita del paziente e le sue relazioni con gli altri. Sono così rilevanti gli stati d’animo nel percorso della malattia che è possibile “sentire il modo benefico in cui stava agendo la medicina e come stava distruggendo il male”.

La malattia può provocare disagio più che comprensione negli altri, i quali talvolta reagiscono facendone addirittura una colpa al malato. “L’atteggiamento che Praskov’ja Fëdorovna teneva esteriormente, rispetto alla malattia del marito, le cose che diceva agli altri e al marito stesso, lasciavano intendere che la colpa della malattia era di Ivan Il’ič e che l’intera malattia era un nuovo sgarbo fatto alla moglie.”

Le relazioni con gli altri – familiari, amici e colleghi – si logorano rapidamente poiché sembrano ormai incompatibili le rispettive visioni delle cose: per Ivan Il’ič la malattia comporta uno sconvolgimento radicale dell’esistenza; per gli altri, tutto procede come al solito. “Qualcosa di orribile, di nuovo e di significativo, più significativo di tutto quel che era successo fino ad allora nella vita di Ivan Il’ič si stava compiendo in lui. E solo lui lo sapeva, tutti quelli che lo circondavano non capivano o non volevano capire o pensavano che tutto, al mondo, fosse come prima. Era questo, soprattutto che tormentava Ivan Il’ič”.

Il risultato è la solitudine: “E bisognava vivere così, da solo, con un piede nella fossa, senza una persona che ti capisse e ti compatisse.”

L’unica persona che Ivan Il’ič tollera durante la sua malattia e di cui, anzi, desidera la compagnia è il giovane servo Gerasim, perché è l’unico che offre ciò che soprattutto Ivan Il’ič desidera: non nega la malattia, riconosce ed accetta la fragilità del paziente, è l’unico che manifesta nei suoi riguardi qualcosa di molto simile alla tenerezza. “Avrebbe voluto che lo accarezzassero, che lo baciassero, che lo compiangessero, così come si accarezzano e si consolano i bambini (…) E nei suoi rapporti con Gerasim c’era qualcosa che si avvicinava a questo, e perciò i suoi rapporti con Gerasim lo consolavano.”

La malattia è quasi una sospensione dell’esistenza, in quanto dominata da una monotonia continua, dal continuo monotono alternarsi di speranza e disperazione: “Sempre la stessa cosa. Brillava una goccia di speranza, e si gonfiava un mare di disperazione, e sempre quel dolore, sempre quel dolore, sempre quell’angoscia e sempre, sempre la stessa cosa.”

Infine si insinua il dubbio che la vita sia stata sprecata, non c’è stato granché per cui valesse vivere, i ricordi veramente belli sono in realtà pochi. Il dubbio infine, che tutto sia privo di senso: “Non c’è nessuna spiegazione! La sofferenza, la morte … Perché?”

Tuttavia, il racconto non si conclude con disperazione. La malattia non lascia dietro di sé la perdita della speranza. Si conclude con un sentimento di generosità nei confronti della moglie e del figlio: “Gli facevano pietà, bisognava fare in modo che non stessero più male. Liberarli e liberare se stesso da quelle sofferenze.”

In tal modo, la paura della morte è sostituita dalla luce della meraviglia. È la meraviglia per essere ancora capace di generosità? È la meraviglia per qualcosa che solo lui, solo in quel momento può percepire?

(TL)

Abstract

Ivan Il’ič is a forty-five-year-old judge, very satisfied with his life, who falls ill with an illness that leads to his death. For Tolstoy, illness is a succession of moods, a set of existential conditions that determine the patient’s life and his relationships with others, with an alternation of hope, despair, loneliness. However, the tale does not end in despair. Illness does not leave the loss of hope behind.

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