Giunti editore, 2013
recensione di Tommaso Langiano
Valerio Evangelisti è morto poche settimane or sono. È stato uno dei più letti scrittori italiani di fantascienza. È conosciuto soprattutto per il ciclo di romanzi dedicati all’inquisitore catalano Nicolas Eymerich, ed ha scritto anche opere di fantasy e saggi. Ha fondato e diretto la rivista culturale online Carmilla.
Nel 2009 gli fu diagnosticato un tumore del tessuto linfatico. Questo libro è la storia di tre anni di malattia: le varie fasi della malattia ed i frequenti contatti con le strutture sanitarie sono raccontati intrecciandoli con le riflessioni, le sensazioni, le sofferenze dell’Autore. Tutti i brevi capitoli in cui si articola il libro sono organizzati in due parti: la prima è la cronaca della malattia; la seconda contiene le riflessioni dell’Autore. Questa modalità – evidenziata anche graficamente – conferisce ordine al racconto e soprattutto realizza un efficace colloquio con il lettore. Valerio Evangelisti ci racconta la sua esperienza di malato, ci confida le sue riflessioni ed in questo modo ci aiuta a riflettere e a ricordare a nostra volta.
Scrivere si rivela molto importante anche per sopportare meglio la malattia: permette ad Evangelisti di rimanere attivo anche quando la malattia lo costringe a casa; è una via di fuga, il modo più efficace per dimenticare la condizione di malato. Scrivendo, si rifugia nella Sicilia del XIV secolo, dove è ambientato il romanzo che sta scrivendo. “Non smisi mai di scrivere, neanche nei giorni peggiori (…) Scrivere è la mia salvezza. Mi perdo nel mio romanzo (…) Scrivo a tarda notte, finisco che il sole è già alto (… ) Mentre mi aggiro tra gli anfratti del castello di Mussomeli, lo stanzino della chemioterapia esce dalla mia memoria“.
La storia della malattia è fatta anche di paradossi: può capitare, ad esempio, di rammaricarsi per averla scoperta e di rimpiangere il tempo in cui convivevamo bene con essa, perché inconsapevoli. “So che è ingiusto, ma maledico il mio dentista. Ha rivelato una malattia con cui convivevo senza conflitti”.
Il rapporto con gli altri durante la malattia è ricco di contraddizioni: fa molto bene sentire gli altri vicini nella sofferenza, eppure ne temiamo l’invadenza. “Con la gratitudine del caso, sentirsi richiedere – Come stai? venti volte al giorno alla fine rompe (…) Se vogliamo, essere malato presenta i suoi vantaggi: certe prove d’affetto fanno davvero bene (…) Il sospetto è che la domanda di un contatto personale nasconda fini di esame antropologico, per non dire entomologico (…) Più doloroso è il caso, raro ma non tanto, di persone che consideravo vicine e che sono svanite nel nulla, quasi fossi infettivo”.
Altrettanto contraddittorio è il rapporto con i luoghi di cura: sentirsi accuditi, la solidarietà con gli altri ammalati, il rispetto per la loro dignità sono tutti aspetti che si finisce col rimpiangere. ” Sembrerà demenziale, ma so che mi mancherà il day-hospital. Un luogo tutto sommato confortevole, dove c’è gente che si prende cura di te. Un’enorme vetrata dava su un giardino alberato (…) Gli ospiti della sala d’aspetto raramente guardano gli alberi e il giardino. Ognuno di loro cerca di tenere nascosta la propria sofferenza. C’è molta dignità, in questa saletta. Forse è l’atteggiamento che mi mancherà di più“.
L’atteggiamento nei confronti degli operatori sanitari non è univoco: per lo più è caratterizzato da gratitudine; tuttavia, l’Autore recrimina ripetutamente di non essere stato sufficientemente informato e quindi di non essere stato preparato ad affrontare i gravi effetti della chemioterapia: “A me la chemio ha garantito un supplemento di vita. Ciò è indubbio. Questo non mi impedisce di dire che le conseguenze del trattamento non sono affatto indolori. Gli anni 2011 e soprattutto 2012 sono stati per me un inferno. Ai medici non ho da rimproverare nulla se non il fatto di non avermi avvertito“.
È un atto di accusa serio: gran parte delle informazioni utili Evangelisti le ha ricevute da Internet e non dai curanti. È un atto di accusa ancora più serio, poiché non riguarda singoli professionisti ma il loro insieme, possiamo concludere che sono il sistema, l’organizzazione, le abitudini generalizzate ad essersi dimostrati carenti. “Ho avuto salva la vita, per ora, ma non la qualità della vita. Perché non sono stato messo in guardia? (…) Si va per specializzazioni. Una volta dimessomi dal day-hospital con successo, gli oncologi-ematologi ritengono esaurito il loro compito. La palla passa da altri colleghi. Dovranno essere loro a provvedere alle cure per riparare le conseguenze delle cure originarie“.
C’è anche spazio, purtroppo, per il comportamento vergognoso, inqualificabile di una dottoressa che – per una gretta motivazione burocratica – si rifiuta di sottoporre il paziente ad un esame importante e gli fa perdere giorni preziosi, forse rilevanti per il decorso della malattia.
Dopo tre anni di lotta e di sofferenza, il paziente è in remissione. La malattia lo ha cambiato in molti aspetti e ne è del tutto consapevole. “Durerà la remissione? Dureranno i danni collaterali della vincristina? Non lo so, l’importante è prendere atto di una situazione cambiata e adattarvisi. Salvo fare ricorso all’arma estrema. Pensare ad altro. La possibilità di accedere mentalmente a realtà diverse, o addirittura di crearne, è la facoltà più grande che possegga l’essere umano“.
Questo libro di Valerio Evangelisti non è raccomandabile soltanto per le sue qualità letterarie, ma soprattutto perché è un efficace esempio di ciò che ogni malato potrebbe fare: raccontare scrivendo la propria malattia aiuta a sopportare la sofferenza, ad essere più lucidi e distaccati ed anche ad apprezzare i momenti positivi che in misura più o meno frequente sono comunque presenti in ogni storia di malattia.
Abstract
This book by Valerio Evangelisti is not recommended only for its literary qualities, but above all because it is an effective example of what every sick person could do: writing about one’s illness helps to endure suffering, to be more lucid and detached and also to appreciate the moments that are still present to a more or less frequent extent in every history of illness.