
di Anna Langiano
Il filo di mezzogiorno è il racconto della terapia alla quale la scrittrice Goliarda Sapienza fu sottoposta dopo un tentativo di suicidio e il successivo ricovero in una clinica dove vennero praticati degli elettroshock.
Ma è soprattutto la storia di due voci, quella del medico e quella della paziente, che si cercano, si inseguono, si confrontano ma non si incontrano.
Nel dialogo col suo terapeuta, Goliarda confonde i piani temporali, il presente della cura e il passato della vita, della frequentazione romana dell’Accademia teatrale Silvio d’Amico, dell’infanzia siciliana, del rapporto con la madre e con il compagno Citto. I ricordi sono una materia viscosa che soffoca la percezione che Goliarda ha della realtà. Il tempo, per chi è malato, non passa. Rimane con il suo peso muto e immutabile a schiacciare il paziente che lo trascina con sé. La confusione dei piani temporali diventa una confusione identitaria: essere vuol dire continuare a essere quello che siamo stati, ma quando il passato diventa destino ed eternamente si ripete, essere nel tempo diventa impossibile. Non si è, non ci si trasforma; si continua a essere. Immobili. Il discorso di Goliarda porta con sé la malattia, la mostra, ma contiene anche il germe della guarigione, che si intravvede in un commento del terapeuta “Racconta molto bene!” Le parole della cura, le parole della malattia coincidono. Come del resto ricostruire il sé? Raccontare. E raccontare per Goliarda significa ripetere le parole, le parole della madre, del terapeuta, le parole dei maestri dell’Accademia, le parole dell’amica d’infanzia Nica.
Il fulcro della terapia è la memoria dimenticata, assediata dall’elettroshock e dai rifiuti emotivi di Goliarda: ma il flusso di coscienza che scorre fuori da questa ferita riaperta diventa il campo di battaglia di due voci (e di due concezioni della psiche) irriducibili.
Il terapeuta spiega a Goliarda i meccanismi della sua psiche con termini tecnici, ma nel farlo pecca di reductio ad unum, dà una spiegazione semplice a ciò che è antico e misterioso, imbrigliando in una definizione ciò che per sua natura può essere raccontato ma non esplicato.
Il medico vuole identificare la malattia di Goliarda, catalogarla separando ciò che è sano da ciò che è malato; ma a questo Goliarda si ribella, percependolo come un attacco non alla sua malattia ma alla sua identità. Sono quindi io la mia malattia? No, ma la resistenza alla malattia e quindi la guarigione dalla malattia stessa deve passare per un processo di riconoscimento delle proprie parti malate, del proprio stato fisico e mentale e in che modo la malattia ci ha cambiato e reso noi stessi.
Il processo di cura seguito dal terapeuta viene percepito da Goliarda come un “bisturi psicoanalitico”: “ha smontato, ha scalzato col suo coltello le mie difese… ma solo questo? Forse mi ha staccato anche la pelle, la prima carne, la seconda, col suo bisturi psicoanalitico così la trama sottile dei nervi e delle vene, scoperchiati, tremano a ogni soffio d’aria, a ogni nuvola, ombra che s’abbassa in questa stanza… riuscirà la mia natura a far rigermogliare la mia pelle?” (tutte le citazioni sono tratte da G. Sapienza, Il filo di mezzogiorno, La Nave di Teseo, 2019)
Significativamente, non è al medico che Goliarda si rivolge come guida ma a Nica, amica d’infanzia e psicopompo che porta con sé il sapere magico della Sicilia..
“Nica diceva che le imparava nelle notti buie, perché lei se c’è la luna non esce dal ventre della terra dove abita. ‘Vedi, Iuzza, la vita e la luna si odiano perché sono sorellastre.[…] Se schiacci una lucertola non apprenderai mai l’arte della sapienza, della prudenza e della malizia e dell’audacia. Schiacciandola schiacci in te il bocciolo di queste arti e non possiederai mai niente, né poderi, né donna, né figli, né lenzuola e sarai sempre un pupo manovrato degli altri”.
Affidandosi alla figura di Nica, Goliarda si sottrae aprioristicamente all’approccio del suo terapeuta e affidandosi invece totalmente non ad estirpare ma ad accettare, non a etichettare ma a inglobare in sé “solo se mi starai accanto potrò ripercorrere carponi il vicolo buio e tortuoso che si spalancò davanti a me sette e sette e ancora sette mesi fa alla notizia che il mio analista era impazzito”.
Un riferimento a Nica e alla sua Sicilia magica è nello stesso titolo del romanzo, riferimento a una credenza raccontata nel precedente libro, “Lettera aperta”; qui riportata in esergo al volume.
“Non andare fra le viti nel filo di mezzogiorno: è l’ora che i corpi dei defunti, svuotati della carne, con la pelle fina come carta velina, appaiono fra la lava. E’ per questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero e: o morirai di sete fra gli sterpi disseccati dal sole -sterpo secco pure tu- o penserai sempre a loro smarrendo il senno”
Goliarda contrappone così al linguaggio metallico, specialistico del dottore la voce corale del passato e degli antenati, di ciò che fa parte della sua identità di essere umano.
Il terapeuta focalizza il male di Goliarda sulla figura della madre, sui meccanismi di difesa di una bambina trascurata, per tentare poi di distaccare l’emotività di goliarda dal trauma della freddezza materna; Goliarda invece intravede nella malattia mentale un dialogo con le proprie origini collettive, un segno della presenza dei propri morti, la cui voce si ritrova nella trama fitta di credenze, filastrocche che scorrono in tutto il libro.
In questo senso la malattia diventa un rapporto internamente dialettico, non solo tra il paziente e il terapeuta ma tra la paziente e i propri morti.
Anzi, durante la cura avviene quello che sembra un miracolo capovolto, i ruoli si invertono, ed è la voce ancestrale e magica di Goliarda che trascina con sé quella raziocinante e definitoria del terapeuta, il bisturi si scioglie in lava e fiori: “ ‘E come avviene questo processo di spersonalizzazione? E’ molto semplice, comune a molti depressi che non hanno un minimo di narcisismo che li possa difendere.[…] il bambino percepisce il rimprovero come abbandono, lei si sente negata, si nega, si spersonalizza e non avendo il minimo di narcisismo, la minima possibilità di piacersi, di opporre la sua individualità contro la negazione di sua madre, lei si spersonalizza […] Ma vedrà che piano piano io la aiuterò a levarsi questo ghiaccio con l’intelligenza.’ Ma anche lui aveva freddo, lo vedevo diventare ogni giorno più bianco, un viso di neve, le labbra serrate in una linea nera a volte tremavano, le dita snudate dalla fede fiocchi di neve… e l’inverno vien bussando, vien bussando alla tua porta vuoi saper cosa ti porta? Un cestel di bianchi fiocchi… quei fiocchi a volte tremavano?[…] e cadde fra le mie braccia spezzato e cercò calore da me. Sentii sulle sue labbra affiorare quel calore, si scaldava alle mie labbra… un cerchio di colori, l’arcobaleno si chiuse intorno a noi e i colori di quel cerchio roteante si fondevano fino a comporsi nel nero fondo di una notte d’estate senza stelle. E non ci furono più né giorni, né notti, né albe, né tramonti, ma solo quella notte calda di mezz’agosto sigillata intorno a noi”.
Così mentre Goliarda guarisce il medico impazzisce; come uno sciamano, sembra portare su di sé la maledizione della malattia della sua paziente, che allora può guarire.
O forse il terapeuta ha inteso che la malattia della sua paziente non va sezionata ma accolta, che non ha davanti a sé un automa inceppato ma un sé contraddittorio e ferito, eppure tumultuosamente vivo.
Perché il dialogo della malattia è innanzitutto un dialogo del paziente con sé stesso, con la propria parte ferita, ma anche (e spesso, e non solo nella malattia mentale, le due parti coincidono) con la propria parte che lotta, che vive le contraddizioni per quello che sono: vita, vita di un organismo, di una memoria, di una collettività trasmessa, vita di molte simbiosi che si intrecciano.
Giunge così l’appello conclusivo del Filo di mezzogiorno, parole piene di doloroso fulgore, parole che ogni medico, ogni persona che prende in cura (e quindi si prende cura) un’altra, ogni professionista che interagisce con il dolore -e quindi con l’anima- di qualcun altro dovrebbe leggere.
“Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto e alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo diritto? E’ per questo che ho scritto per chiedere a voi di ridarmi questo diritto…. E quando, finito questo lavoro del lutto […] una carne fragile e forte, calda e vulnerabile al cielo, che sicuramente ricrescerà e chiederà affamata luce, aria, carezze, pane… […] se morirò per la sorpresa di qualche nuovo viso-incontro nascosto dietro un albero in attesa, se morrò fulminata dal fulmine della gioia, soffocata da un abbraccio troppo forte […] se morirò sventata dalle ferite aperte di un amore perduto non più richiuse, se morirò pugnalata dalla lama affilata di uno sguardo crudele vi chiedo solo questo: non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate -non lo dite forte la parola tradisce- non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto.”