recensione di Anna Langiano

Andreas Ban sta morendo.
Non c’è niente di eccezionale nella sua malattia, nessuna epicità della sofferenza. Nessuna epifania o redenzione.
In ospedale, il corpo di Andreas Ban viene esposto, sminuzzato. Malato nell’anonimato degli altri malati nella sala d’attesa, ci viene mostrato l’annichilamento di un corpo attaccato a fili, aperto, riorganizzato con i farmaci.
Andrea mentre muore continua a vivere nel suo piccolo appartamento croato. Più della morte, lo terrorizza l’idea della pensione: 177 euro per 25 anni di lavoro. Una povertà umiliante, senza appello, come quello degli altri pensionati che conosce. Che raccolgono bottiglie per strada per rivenderle.
Andreas non è il solo a morire, anzi.
Belladonna, il libro che racconta la sua storia e i suoi pensieri, è un continuo catalogo di malati e morti. Si ammalano e muoiono gli amici, si ammalano e muoiono i conoscenti, si ammalano e muoiono i gatti. I personaggi appaiono col nome della loro malattia, o del loro arto amputato, e subito scompaiono nella narrazione.
“Forse oggi Andreas avrebbe potuto rispondere a L. nonostante non sappia cosa dirgli. La lettera ha aspettato troppo a lungo. Forse il diabete significa che ormai è completamente cieco, forse gli hanno tagliato una gamba, forse un braccio, o entrambe le braccia, sono state amputate, così non può più scrivere, o forse se L non è nemmeno più vivo”. ( D. Drndic, Belladonna, La nave di Teseo, 2022, p. 347)
Come in un lugubre catalogo, la malattia è spesso la prima caratterizzazione che viene data dei personaggi.
“Oscar Artiz ha ferite su tutta la fronte (5 tagli), sul mento e sul collo, sull’ascella sinistra e sul lato sinistro del torace (27 tagli), sul petto (72 tagli), sull’addome (168 tagli), sul braccio sinistro…”( p. 352)
Delle persone viene elencata la morte, invece che raccontata la vita.
La sensazione della malattia pervade il romanzo, come fosse la vera normalità.
I corpi si scompongono, così come si sfrangiano le esistenze dei singoli e si deformano i volti della Storia. E’ un mondo che finisce, e guarda se stesso finire.
“Andreas guarda quella pila di corpi addormentati, maschi e femmine, e non vede altro che una collezione di bambole spogliate, senza vita, les mannequins. E la mattina, quando si sveglia, quando vengono tutti scrollati per iniziare a muoversi in giro, continueranno a essere proprio questo, macchine disfunzionali costituite di parti meccaniche mobili mal collegate” (p.173)
La carne si scompone, come si scompone la Storia. Perché c’è un altro grande malato nel romanzo di Drndic, della cui malattia e morte la malattia di Andreas e degli altri personaggi non sono che riflessi: il Novecento.
La malattia, togliendo la possibilità di un futuro, costringe a vivere in un eterno confronto con la memoria. Il dolore del Novecento penetra come un veleno di lungo corso nella vita dei suoi figli.
In assenza di futuro, il passato è l’unico sviluppo temporale possibile. Non potendo fare progetti, l’unica possibilità è aumentare retroattivamente i propri giorni, recuperare i giorni passati. Andreas Ban si muove smarrito tra frammenti del ‘900, frammenti mnemonici e fisici: nomi, eventi, foto. Ma cosa resta di Andreas Ban?
“E quando il futuro collassa, quando in realtà non c’è più alcun futuro, il tempo che sta arrivando è avvolto nel passato come una pergamena che diventa il mondo sotterraneo del futuro, un mondo ossessionato da ciò che è antico” (p. 342).
Ma il passato non è mai solo del singolo. Esso appartiene sempre e irrevocabilmente alla Storia.
Così Andreas, nel recuperare la storia delle persone che ha già incontrato e della sua famiglia, non può che affrontare la storia del Novecento. Una storia non pacificata e non pacificabile, in cui un famigliare amato può rivelarsi un criminale di guerra, un vicino di casa un torturatore di bambini ebrei.
La malattia che infetta il mondo intorno ad Andreas mostra allora tutta la sua forza metaforica: la condizione generale di malattia è una condivisa impossibilità di futuro.
Come ricostruire dopo la dissoluzione, in assenza di una rielaborazione collettiva? Come accettare la propria storia quando in questa storia i nostri familiari, i nostri vicini sono i carnefici? Andreas Ban, ex psicologo, ricostruisce le voci. Le voci dei suoi pazienti, dei suoi familiari, dei suoi conoscenti. Ma è un affresco che non accetta una forma, che si sfalda sotto le sue mani.
Come i ricordi, i luoghi e gli oggetti si affollano intorno ad Andreas. Oggetti di uso comune, oggetti inutili, testimoni di un passato ormai superfluo. Gli oggetti sono ovunque, elenchi di oggetti. Ma non sono oggetti nel proprio uso, bensì defunzionalizzati. Elenchi. Numeri. Lettere.
Nulla riesce ad avere un ordine.
Il corpo del singolo si disintegra, il corpo della Storia si è già disintegrato. La dissoluzione della società si trasferisce nel corpo del singolo, in un atroce contrappasso semantico; là dove non si possono dimenticare e ignorare.
Andreas Ban sta morendo ma ancora non muore. La malattia rallenta, incespica, lo fissa. Intanto arriva la pensione di 177 euro per 25 anni di lavoro.
Intanto arrivano per mano di un amico un centinaio di bacche di belladonna.
La memoria, soprattutto quando è insopportabile, rifiuta di andare via. Siamo noi, semmai, ad andare.