Laura Grimaldi è un personaggio rilevante nel mondo editoriale italiano: ha diretto collane molto seguite (Urania, Giallo Mondadori, Segretissimo); ha scritto romanzi e saggi; ha tradotto oltre duecento opere.
“Faccia un bel respiro” racconta le sensazioni, le impressioni, i malesseri vissuti dall’Autrice nel corso di ripetuti ricoveri ospedalieri. Da queste pagine quei ricoveri emergono come esperienze così negative da essere raccontate con ironia e sarcasmo.
Le esperienze ospedaliere qui raccontate sono state emotivamente molto negative e caratterizzate dall’impossibilità di comunicare empaticamente con gli operatori sanitari, non a caso quasi mai chiamati con il loro nome ma con nomignoli caricaturali o dispregiativi.
I bozzetti in cui si articola il libro diventano così un catalogo di ciò che non va nella vita dei pazienti in ospedale – addirittura paragonato alla prigione-lager di Guantanamo! – dalla sveglia (“Si accende una luce che ti perfora le palpebre e ti si attorciglia intorno allo stomaco…”) in poi.
Vediamolo, dunque, questo catalogo com’è descritto con crudezza da Laura Grimaldi.
Scarsa attenzione al dolore dei pazienti
“Siccome sono convinta che se uno non strilla non si è creduti, ho urlato come un’ossessa, con la speranza che se non altro per non sentire le mie strida avrebbero usato maggiore delicatezza. Invece no. Il dottore si è irritato e ha spinto più forte”.
Il conflitto fra i pazienti e l’organizzazione ospedaliera
“La classe dei pazienti, accomunati dal dolore, dalla paura, dalla depressione, dall’incazzatura (immaginate quanti sarebbero se decidessero di fare la rivoluzione: invaderebbero le piazze, e pur se pallidi, zoppicanti e molli come stracci bagnati, formerebbero una forza ineluttabile. Una corte dei miracoli imbattibile). Ma ci pensa il cosiddetto “protocollo“ a tenerli a bada, e quando il protocollo non basta ci pensano le leggi ferree che regolano la vita degli ospedali”.
Il consenso alle terapie
“ – Non puoi rifiutare una terapia. Sai cosa ti succede se la glicemia si alza ancora?
Ed elenca una serie di disastri, fra i quali il più lieve è l’amputazione di un piede e poi di una gamba. Io neanche l’ascolto perché intanto sono partita al contrattacco elencando a mia volta una serie di assurde minacce su come un non meglio identificato tribunale del malato la metterà al muro se insiste ancora, sulla denuncia che presenterò in procura attraverso il mio deputato e così via e via”.
La passività
“ Sei espropriata di qualunque responsabilità. Sono gli altri a decidere per te cosa devi mangiare, quando devi dormire, quando ti devi lavare, e in qualche modo se e quando devi smettere di vivere. Con gli altri condividi gli odori, i rumori, il suono delle risate che arrivano dalla sala infermieri. Ti viene naturale cancellare la sapienza di ciò che realmente eri per abbandonarti a questo curioso tipo di insipienza di ciò che sei.“
La solitudine
“ La malattia mi trascina in un viaggio attraverso un’interminabile distesa di solitudine. L’eco che mi arriva di ciò che accade all’esterno continua a raccontare di un universo sconosciuto, che mi sembra di non avere mai abitato, ma il cui pensiero mi lascia immersa in una profonda malinconia.”
Grimaldi riconosce che vi è anche dell’esasperazione nelle sue descrizioni: “ Ogni tanto mi piace fare la protomartire“. Sostiene che tra i principali ostacoli contro la relazione empatica fra i pazienti e gli operatori sanitari vi sono le “regole“ dell’ospedale che sono ritenute immodificabili, rigide, tali che chiunque non vi si sottometta viene trattato con sospetto, freddezza, antipatia: “Mi ha aperto uno spioncino sul perché degli atteggiamenti negativi delle infermiere nei miei confronti: non si aspettano che il paziente smetta di esserlo. Paziente, intendo (…) Sono sul loro territorio, sono io ad averne violato i confini. Dovevo accettarne le regole senza metterle in discussione, senza pretendere che coincidessero con le mie o con quelle del mondo esterno“.
Quelle “regole” sono talora lesive della dignità del paziente: “Ho resistito strenuamente al tu indiscriminato, continuando a dare del lei a tutti, e sottolineandolo anche. Qui, fatta eccezione per i medici, le uniche a dare del lei ai pazienti sono le donne delle pulizie, che tuttavia sono sempre nervose“.
Le esperienze vissute in diversi ricoveri e l’osservazione delle relazioni fra i pazienti e gli operatori sanitari sono distillate in alcune regole di sopravvivenza ospedaliera: “dimenticare di avere scelte, opinioni, gusti predeterminati (…) mai criticare (…) mai azzardare commenti (…) mai fare battute (…) mai fidarsi di qualcuno“.
Al termine della lettura rimane un senso di amarezza: dopo numerosi ricoveri la paziente scrittrice ha conservato quasi soltanto impressioni, sensazioni, ricordi negativi.
Pur senza voler affermare che il paziente abbia sempre ragione, la valutazione negativa di un paziente deve comunque determinare una seria riflessione, un’occasione per imparare. Anche in questo caso sembra che ciò che non abbia funzionato è stata la capacità degli operatori sanitari di stabilire una relazione empatica con i pazienti. Che è necessaria anche con i pazienti più difficili, più esigenti, più critici.
È questo che traspare dalle parole stesse di Laura Grimaldi: “mi trascino dietro da decenni l’idea che il valore di un medico vada calcolato anche in base a quanto il medico sia rassicurante, paterno“.
E ancora: “Poi una bella mattina spunta un’altra dottoressa (…) Quando abbozza un sorriso che riscalda l’atmosfera, ti senti autorizzata a fare una battuta. E lei ride! Il miracolo si è compiuto. Hai trovato la tua divinità delle cure. La tua Yakushi. Per un attimo ti senti meno sola e anche meno malata“.
Eppure, malgrado le molte criticità, la vita dell’ospedale finisce per mancare: “Entro in casa, e come sempre appena torno dall’ospedale, mi sembra di essere in una stanza d’albergo che conosco bene ma non mi appartiene. Provo anche un senso di precarietà. Sono di nuovo padrona di me stessa, e questo mi spaventa. Nessuno più mi guiderà attraverso quello che devo fare, e quando, e come.“
In realtà, più che la mancanza di autonomia, quello che probabilmente si rimpiange dell’ospedale è la sua capacità di accudire, la presenza costante di qualcuno, l’essere in qualche modo – pur molto imperfetto – una comunità.
TL