di Anna Langiano

In principio è sempre Orfeo.
Euridice muore, e il poeta comincia a cantare. Il mondo di Orfeo si sgretola, e ne insegue i pezzi cantando fin dentro l’Ade. Ma la ferita non si placa, il pezzo mancante rimane perso per sempre. Orfeo continua a cantare, e questa volta la smembratura è nel suo stesso corpo, fatto a pezzi dalle Baccanti; ma il canto resiste, la testa del poeta trasportata dal fiume continua a cantare.
Cos’è la poesia se non l’accorata condivisione di una ferita, di qualcosa che si è spezzato e non può tornare a ricomporsi?
L’archetipo in letteratura è un archetipo della perdita: Beatrice, Laura e Silvia muoiono; Godot e i Tartari non arrivano nemmeno.
Né basta il lieto fine per ricostruire ciò che è stato spezzato: qual è infatti il finale letterario che ci restituisce un eroe non internamente mutilato, una realtà in cui l’ordito del senso non è ormai per sempre minacciato?
Se anche vincesse tutte le sue battaglie d’ora in poi, Orlando sarà sempre colui “che venne in furore e matto”. Dopo il matrimonio, la mite Lucia non può che pronunciare la più feroce condanna alla Provvidenza “E io? Io cosa volete che abbia imparato?”.
Anche ricucito lo strappo, il burattino saprà per sempre che il cielo era fatto di carta, e non di stelle.
I personaggi possono riprendere i loro ruoli, le loro danze, le loro maschere, ma il cigolio del meccanismo è ormai inceppato.
Ogni grande opera di letteratura racconta a modo proprio il crollo di un mondo.
I personaggi letterari non si ritrovano nel mondo intorno. Don Chisciotte è l’emblema di questa rottura tra l’uomo di storie e il reale. Ma l’incapacità frastornata di interpretare il mondo è ricorsiva: per Sigismondo di Polonia la vita non è altro che una galleria di specchi in cui il sogno e la verità si rincorrono e combaciano; Tancredi non riconosce nel guerriero che uccide il suo amore Clorinda; nel mondo di Totò Merumeni non c’è gerarchia tra Nietzsche e le camicie.
Ogni certezza svapora nel sentimento di un irreparabile sfasatura col mondo, in un caleidoscopio interiore che non dà più un’immagine nitida di sé e degli altri.
L’ira di Achille cosa è se non il furioso smarrimento umano di fronte alla morte che scompagina i piani e rende identici nel dolore Priamo e Achille? Alla vista del cadavere di Patroclo l’eroe invitto si rotola per terra come una bestia, per riavere le spoglie del figlio il re si china a baciare i piedi del suo assassino: non ci sono vincitori e vinti, non nobili e servi, non troiani e achei di fronte alla morte.
Il viaggio caotico di Odisseo per tornare là dove era partito non finisce dissimilmente dal viaggio voluto dal fato di Enea: la strage, il momento di perdita di misura, quello in cui l’eroe supera il limite e tutto devasta. Un’ombra cade sulla lucidità del protetto di Atena e sulla nascente Roma, l’eroe nel momento del suo trionfo si contamina con il mostro, non dissimilmente da come descritto da Nietszche: “quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro”.
E allora perché raccontare? Se la letteratura non può cicatrizzare la ferita di essere vivi, se Euridice non può tornare dall’Ade, perché la testa di Orfeo continua a cantare?
Ne era consapevole Elena che nell’Odissea versa nel vino una sostanza calmante, e subito dopo comincia a narrare a Telemaco le gesta di suo padre Odisseo, l’assente:
“ allora Elena entrò. Nel dolce
Vino, di cui bevean, farmaco infuse
Contrario al pianto e all’ira, e che l’obblìo
Seco inducea d’ogni travaglio e cura.
Chïunque misto col vermiglio umore
Nel seno il ricevé, tutto quel giorno
Lagrime non gli scorrono dal volto,
Non, se la madre o il genitor perduto,
Non, se visto con gli occhi a sé davante
Figlio avesse o fratel di spada ucciso.
Cotai la figlia dell’Olimpio Giove
Farmachi insigni possedea, che in dono
Ebbe da Polidamna, dalla moglie
Di Tone nell’Egitto, ove possenti
Succhi diversi la feconda terra
Produce, quai salubri e quai mortali;
Ed ove, più che i medicanti altrove,
Tutti san del guarir l’arte divina,
Siccome gente da Peòn discesa.
Il nepente già infuso, e a’ servi imposto
Versar dall’urne nelle tazze il vino,
Ella così parlò: “Figlio d’Atrèo,
E voi, d’eroi progenie, i beni e i mali
Manda dall’alto alternamente a ognuno
L’onnipossente Giove. Or pasteggiate
Nella magione assisi, e de’ sermoni
Piacer prendete in pasteggiando, mentre
Cose io racconto, che saranno a tempo.
Non già ch’io tutte le fatiche illustri
Ricordar sol del pazïente Ulisse
Possa, non che narrarle: una io ne scelgo.”
Il parallelismo tra il narcotico di Elena e l’atto del racconto è evidente: raccontare consola, fa scordare il dolore.
Cosa hanno quindi in comune malattia e racconto?
Come la malattia, la letteratura mette in crisi il mondo come lo conosciamo. Il mondo del malato, le sue abitudini, il rapporto con il tempo e le persone intorno rimangono sfigurati, risultano irriconoscibili; e questi cambiamenti sono a volte più difficili da affrontare che il dolore fisico, le limitazioni funzionali.
Se con la fisica quantistica la scienza ha aperto uno spiraglio alla possibilità di uno scorrere del tempo in ogni direzione, in letteratura invece il tempo è sempre perduto. Edipo non può più non sapere di essere un parricida, le mani di Lady Macbeth non si laveranno mai più, Ottone serberà nella propria carne i tratti del Capitano e di Ottilia. Come nel bambino i tratti somatici si confondono, i confini si perdono. Il volto e l’anima di Dorian Gray si confrontano e scambiano per tutto il romanzo.
Prima di morire, Amleto chiede che venga raccontata la propria storia a un mondo che procederà senza di lui “Digli questo,/insieme al più e il meno degli eventi/ qui succedutisi… Il resto è silenzio.”
Non si tratta solo del desiderio di essere ricordato, dell’ansia di conservare il proprio nome all’eterno. Attraverso la voce narrante di Orazio, Amleto racconta a Fortebraccio eventi che lo riguardano direttamente (il voto di Amleto a lui stesso). Il racconto mette in relazione Amleto morto e Fortebraccio trionfante, le parole uniscono chi ascolta e chi tacerà per sempre. Se né il vivere né l’essere scritti hanno un senso, l’essere scritti ha però almeno una trama: un ordito, una connessione di parole che unisce personaggio e lettore. Elena Argiva racconta a Telemaco di suo padre, mentre questi dal lato opposto dell’Egeo ascolta la propria storia dal cantore feace In ogni storia c’è qualcuno che racconta e qualcuno che ascolta. Frankestein si confonde a tal punto con la sua creatura da essere ormai stabilmente confuso con essa, il peccato di Paolo e Francesca è lo stesso peccato di Dante, la furia con cui Schylock pretende la carne di Antonio non è altro che una disperata rivendicazione di chi si è sentito escluso dall’essere riconosciuto come creatura di carne e di sangue (“un Ebreo non ha mani, membra, sensi, affetti, passioni? non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi? se ci pungete, non sanguiniamo? se siamo uguali a voi in tutto, anche in questo dobbiamo somigliarvi”).
I personaggi gridano la propria versione all’Autore: Amleto rappresenta allo zio fratricida la sua stessa storia e Omero ascolta la propria dall’aedo dei Feaci. Protagonista e ascoltatore si confondono nell’atto di narrare. Achille e Priamo riconoscono l’uno il dolore dell’altro, Rinaldo e Ferraù cavalcano insieme alla ricerca dell’amore fuggitivo e che mai prenderanno. E’ il compito di Sebastian pronunciare il nome di Atreiu.
Come nella poesia Spring e Fall di Hopkins in cui la bimba Margaret piange guardando le foglie autunnali cadere, e non si rende conto che in quelle foglie che si spengono piange la fugacità della propria stessa vita.
Come nella poesia La capra, in cui Saba sente belare dolorosamente un animale:
Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
Infine capiamo perché, nei gesti di Elena, il racconto è farmaco, perché lenisce il dolore: perché la storia di uno è la storia di tutti.
Raccontiamo non per non soffrire, o per dare un senso alla sofferenza: raccontiamo per soffrire insieme.
Raccontare un male -fosse anche questo male la vita stessa- vuol dire ritrovare in quel male ciò che di comune c’è tra esseri viventi. L’io che ha guardato nell’abisso non si ricompone: ma nel suo pianto, nel suo canto impara a diventare un noi.
E’ da qui che può partire una riflessione sull’utilità della letteratura per i medici.
Come nella letteratura, nella malattia non si è più quelli di prima¸ le proprie certezze, le proprie abitudini, le proprie aspettative vengono sgretolate e vanno ricostruite da capo. Come nella letteratura, nella malattia c’è sempre uno che narra questo mondo scomposto, e c’è un altro che ascolta.
In questo dialogo tra medico e paziente, in cui chi narra coincide con chi viene narrato, chi ascolta deve ricordare che anche lui sta venendo narrato: e il paziente non può più ricomporre il se stesso precedente alla malattia, può solo crearsi una nuova identità che inglobi la malattia e il medico, una identità relazionale quindi, sottraendosi il medico alla quale ogni possibilità di ricostruzione del proprio reale è vana. L’io è distrutto, ma può nascere un noi.
Come nell’indovinello della Sfinge a Edipo, nel dialogo tra medico e paziente la risposta coincide con il rispondente e da gioco linguistico si fa ammissione identitaria: “noi, l’essere umano”.

