Malattia e racconto

di Anna Langiano

In principio è sempre Orfeo.

Euridice muore, e il poeta comincia a cantare. Il mondo di Orfeo si sgretola, e ne insegue i pezzi cantando fin dentro l’Ade. Ma la ferita non si placa, il pezzo mancante rimane perso per sempre. Orfeo continua a cantare, e questa volta la smembratura è nel suo stesso corpo, fatto a pezzi dalle Baccanti; ma il canto resiste, la testa del poeta trasportata dal fiume continua a cantare.

Cos’è la poesia se non l’accorata condivisione di una ferita, di qualcosa che si è spezzato e non può tornare a ricomporsi?

L’archetipo in letteratura è un archetipo della perdita: Beatrice, Laura e Silvia muoiono; Godot e i Tartari non arrivano nemmeno.

Né basta il lieto fine per ricostruire ciò che è stato spezzato: qual è infatti il finale letterario che ci restituisce un eroe non internamente mutilato, una realtà in cui l’ordito del senso non è ormai per sempre minacciato?

Se anche vincesse tutte le sue battaglie d’ora in poi, Orlando sarà sempre colui “che venne in furore e matto”. Dopo il matrimonio, la mite Lucia non può che pronunciare la più feroce condanna alla Provvidenza “E io? Io cosa volete che abbia imparato?”.

Anche ricucito lo strappo, il burattino saprà per sempre che il cielo era fatto di carta, e non di stelle.

I personaggi possono riprendere i loro ruoli, le loro danze, le loro maschere, ma il cigolio del meccanismo è ormai inceppato.

Ogni grande opera di letteratura racconta a modo proprio il crollo di un mondo.

I personaggi letterari non si ritrovano nel mondo intorno. Don Chisciotte è l’emblema di questa rottura tra l’uomo di storie e il reale. Ma l’incapacità frastornata di interpretare il mondo è ricorsiva: per Sigismondo di Polonia la vita non è altro che una galleria di specchi in cui il sogno e la verità si rincorrono e combaciano; Tancredi non riconosce nel guerriero che uccide il suo amore Clorinda; nel mondo di Totò Merumeni non c’è gerarchia tra Nietzsche e le camicie.

Ogni certezza svapora nel sentimento di un irreparabile sfasatura col mondo, in un caleidoscopio interiore che non dà più un’immagine nitida di sé e degli altri.

L’ira di Achille cosa è se non il furioso smarrimento umano di fronte alla morte che scompagina i piani e rende identici nel dolore Priamo e Achille? Alla vista del cadavere di Patroclo l’eroe invitto si rotola per terra come una bestia, per riavere le spoglie del figlio il re si china a baciare i piedi del suo assassino: non ci sono vincitori e vinti, non nobili e servi, non troiani e achei di fronte alla morte.

Il viaggio caotico di Odisseo per tornare là dove era partito non finisce dissimilmente dal viaggio voluto dal fato di Enea: la strage, il momento di perdita di misura, quello in cui l’eroe supera il limite e tutto devasta. Un’ombra cade sulla lucidità del protetto di Atena e sulla nascente Roma, l’eroe nel momento del suo trionfo si contamina con il mostro, non dissimilmente da come descritto da Nietszche: “quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro”.

E allora perché raccontare? Se la letteratura non può cicatrizzare la ferita di essere vivi, se Euridice non può tornare dall’Ade, perché la testa di Orfeo continua a cantare?

Ne era consapevole Elena che nell’Odissea versa nel vino una sostanza calmante, e subito dopo comincia a narrare a Telemaco le gesta di suo padre Odisseo, l’assente:

“ allora Elena entrò. Nel dolce

Vino, di cui bevean, farmaco infuse

Contrario al pianto e all’ira, e che l’obblìo

Seco inducea d’ogni travaglio e cura.

Chïunque misto col vermiglio umore

Nel seno il ricevé, tutto quel giorno

Lagrime non gli scorrono dal volto,

Non, se la madre o il genitor perduto,

Non, se visto con gli occhi a sé davante

Figlio avesse o fratel di spada ucciso.

Cotai la figlia dell’Olimpio Giove

Farmachi insigni possedea, che in dono

Ebbe da Polidamna, dalla moglie

Di Tone nell’Egitto, ove possenti

Succhi diversi la feconda terra

Produce, quai salubri e quai mortali;

Ed ove, più che i medicanti altrove,

Tutti san del guarir l’arte divina,

Siccome gente da Peòn discesa.

Il nepente già infuso, e a’ servi imposto

Versar dall’urne nelle tazze il vino,

Ella così parlò: “Figlio d’Atrèo,

E voi, d’eroi progenie, i beni e i mali

Manda dall’alto alternamente a ognuno

L’onnipossente Giove. Or pasteggiate

Nella magione assisi, e de’ sermoni

Piacer prendete in pasteggiando, mentre

Cose io racconto, che saranno a tempo.

Non già ch’io tutte le fatiche illustri

Ricordar sol del pazïente Ulisse

Possa, non che narrarle: una io ne scelgo.”

Il parallelismo tra il narcotico di Elena e l’atto del racconto è evidente: raccontare consola, fa scordare il dolore.

Cosa hanno quindi in comune malattia e racconto?

Come la malattia, la letteratura mette in crisi il mondo come lo conosciamo. Il mondo del malato, le sue abitudini, il rapporto con il tempo e le persone intorno rimangono sfigurati, risultano irriconoscibili; e questi cambiamenti sono a volte più difficili da affrontare che il dolore fisico, le limitazioni funzionali.

Se con la fisica quantistica la scienza ha aperto uno spiraglio alla possibilità di uno scorrere del tempo in ogni direzione, in letteratura invece il tempo è sempre perduto. Edipo non può più non sapere di essere un parricida, le mani di Lady Macbeth non si laveranno mai più, Ottone serberà nella propria carne i tratti del Capitano e di Ottilia. Come nel bambino i tratti somatici si confondono, i confini si perdono. Il volto e l’anima di Dorian Gray si confrontano e scambiano per tutto il romanzo.

Prima di morire, Amleto chiede che venga raccontata la propria storia a un mondo che procederà senza di lui “Digli questo,/insieme al più e il meno degli eventi/ qui succedutisi… Il resto è silenzio.”

Non si tratta solo del desiderio di essere ricordato, dell’ansia di conservare il proprio nome all’eterno. Attraverso la voce narrante di Orazio, Amleto racconta a Fortebraccio eventi che lo riguardano direttamente (il voto di Amleto a lui stesso). Il racconto mette in relazione Amleto morto e Fortebraccio trionfante, le parole uniscono chi ascolta e chi tacerà per sempre. Se né il vivere né l’essere scritti hanno un senso, l’essere scritti ha però almeno una trama: un ordito, una connessione di parole che unisce personaggio e lettore. Elena Argiva racconta a Telemaco di suo padre, mentre questi dal lato opposto dell’Egeo ascolta la propria storia dal cantore feace In ogni storia c’è qualcuno che racconta e qualcuno che ascolta. Frankestein si confonde a tal punto con la sua creatura da essere ormai stabilmente confuso con essa, il peccato di Paolo e Francesca è lo stesso peccato di Dante, la furia con cui Schylock pretende la carne di Antonio non è altro che una disperata rivendicazione di chi si è sentito escluso dall’essere riconosciuto come creatura di carne e di sangue (“un Ebreo non ha mani, membra, sensi, affetti, passioni? non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi? se ci pungete, non sanguiniamo? se siamo uguali a voi in tutto, anche in questo dobbiamo somigliarvi”).

I personaggi gridano la propria versione all’Autore: Amleto rappresenta allo zio fratricida la sua stessa storia e Omero ascolta la propria dall’aedo dei Feaci. Protagonista e ascoltatore si confondono nell’atto di narrare. Achille e Priamo riconoscono l’uno il dolore dell’altro, Rinaldo e Ferraù cavalcano insieme alla ricerca dell’amore fuggitivo e che mai prenderanno. E’ il compito di Sebastian pronunciare il nome di Atreiu.

Come nella poesia Spring e Fall di Hopkins in cui la bimba Margaret piange guardando le foglie autunnali cadere, e non si rende conto che in quelle foglie che si spengono piange la fugacità della propria stessa vita.

Come nella poesia La capra, in cui Saba sente belare dolorosamente un animale:

Ed io risposi, prima

per celia, poi perché il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Questa voce sentiva

gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita

sentiva querelarsi ogni altro male,

ogni altra vita.

Infine capiamo perché, nei gesti di Elena, il racconto è farmaco, perché lenisce il dolore: perché la storia di uno è la storia di tutti.

Raccontiamo non per non soffrire, o per dare un senso alla sofferenza: raccontiamo per soffrire insieme.

Raccontare un male -fosse anche questo male la vita stessa- vuol dire ritrovare in quel male ciò che di comune c’è tra esseri viventi. L’io che ha guardato nell’abisso non si ricompone: ma nel suo pianto, nel suo canto impara a diventare un noi.

E’ da qui che può partire una riflessione sull’utilità della letteratura per i medici.

Come nella letteratura, nella malattia non si è più quelli di prima¸ le proprie certezze, le proprie abitudini, le proprie aspettative vengono sgretolate e vanno ricostruite da capo. Come nella letteratura, nella malattia c’è sempre uno che narra questo mondo scomposto, e c’è un altro che ascolta.

In questo dialogo tra medico e paziente, in cui chi narra coincide con chi viene narrato, chi ascolta deve ricordare che anche lui sta venendo narrato: e il paziente non può più ricomporre il se stesso precedente alla malattia, può solo crearsi una nuova identità che inglobi la malattia e il medico, una identità relazionale quindi, sottraendosi il medico alla quale ogni possibilità di ricostruzione del proprio reale è vana. L’io è distrutto, ma può nascere un noi.

Come nell’indovinello della Sfinge a Edipo, nel dialogo tra medico e paziente la risposta coincide con il rispondente e da gioco linguistico si fa ammissione identitaria: “noi, l’essere umano”.

La medicina narrativa: una sintesi

di Tommaso Langiano

Richard Horton, editor di The Lancet, una delle più prestigiose riviste internazionali di medicina, ritiene che la medicina attuale soffra soprattutto per l’indebolimento della relazione fra i pazienti e gli operatori sanitari, un rapporto che è assolutamente necessario ricostruire. “La medicina di oggi è scissa. La sfida è trovare una soluzione per ricollegare medico e paziente, un ponte che permetta di comprendersi a vicenda e condividere le conoscenze sulla malattia. Abbiamo bisogno, addirittura, di una nuova filosofia del sapere clinico.“ (R. Horton: Health wars: on the global front lines of modern medicine. New York Review of Books, 2003)

La medicina narrativa è un movimento culturale, sorto all’interno delle professioni sanitarie per ricostruire la relazione fra i pazienti e gli operatori sanitari. 

  1. Alcune definizioni

“La medicina narrativa è una medicina praticata con competenze narrative, al fine di riconoscere, assorbire, interpretare e farsi coinvolgere dalle storie di malattia” (R. Charon: Medicina narrativa. Onorare le storie dei pazienti. Raffaello Cortina Editore, 2019). Questa definizione di Rita Charon, un medico americano che è tra gli artefici di questo movimento culturale, ne evidenzia i tre principi fondamentali: si tratta di una pratica medica; è caratterizzata dall’applicazione alla pratica medica di competenze narrative; riconosce alle storie di malattia un ruolo fondamentale nella pratica medica.

La stessa Charon definisce la medicina narrativa anche attraverso i suoi strumenti fondamentali: “ È un’attività di cura che si forma attraverso la teoria e la pratica della lettura, della scrittura, della narrazione e della ricezione” (ivi).

Altre definizioni evidenziano che la medicina narrativa non è una branca specialistica della medicina, bensì un atteggiamento complessivo che è applicabile in qualunque attività sanitaria. Ancora Rita Charon: “La medicina narrativa non è una specialità ma un nuovo quadro di riferimento per il lavoro clinico” (ivi).

Analogamente, Bert evidenzia il significato culturale della medicina narrativa e la necessità di una formazione specifica all’uso della narrazione nella pratica clinica: “ La medicina narrativa non è una disciplina (…) Essa è piuttosto da considerare un atteggiamento mentale del medico (…) La medicina narrativa non è un particolare tipo di intervento clinico: si tratta invece di un atteggiamento mentale non spontaneo ma appreso e acquisito da parte del professionista che si prende cura del malato” (G. Bert: Medicina narrativa. Storie e parole nella relazione di cura. Il Pensiero Scientifico Editore, 2007).

Infine, Lucia Zannini specifica i contenuti caratterizzanti l’atteggiamento del medico che pratica la medicina narrativa: “È una disposizione di attento e costante ascolto del paziente, che permette una sua conoscenza individuale” (L. Zannini: Medical humanities e medicina narrativa. Nuove proposte nella formazione dei professionisti della cura. Raffaello Cortina Editore, 2008).

Questa pur sintetica rassegna di alcune delle definizioni di medicina narrativa consente di individuare i principali caratteri di questa nuova modalità di concepire e praticare il rapporto fra i professionisti della cura ed i pazienti:

  • è una nuova modalità di cura;
  • è un quadro di riferimento complessivo per il lavoro clinico;
  • non è una disciplina, né una specialità, ma un atteggiamento mentale, culturale dell’operatore sanitario;
  • riconosce che il paziente è soprattutto il portatore di una storia di malattia e considera come una storia la stessa relazione fra il paziente ed il medico;
  • utilizza nella cura del paziente competenze narrative;
  • utilizza quali strumenti di cura, insieme a quelli propriamente clinici, la lettura, la scrittura e la narrazione; 
  • richiede una formazione specifica.

2. Perché è necessaria la medicina narrativa 

La relazione fra i professionisti sanitari ed i pazienti si è progressivamente impoverita, ha perso sempre di più consistenza comunicativa reale. Questa situazione ha diverse motivazioni tra le quali di particolare rilievo sono il predominio tecnologico nella medicina contemporanea, la ricerca esasperata dell’efficienza e dell’elevata produttività nelle organizzazioni sanitarie, la frammentazione del percorso di cura in una molteplicità di specializzazioni.

La medicina narrativa è il modo per recuperare una relazione empatica ed efficace tra il paziente ed il medico: la qualità di questa relazione condiziona in modo determinante l’esito del rapporto di cura.

La medicina è una disciplina particolare che unisce caratteristiche proprie delle scienze della natura (la generalizzabilità degli eventi e la capacità di formulare previsioni) alle caratteristiche proprie delle scienze dello spirito (l’unicità del singolo evento e quindi la sua specificità e non prevedibilità). La medicina, a partire dall’età del positivismo, ha assunto in modo esclusivo gli statuti epistemologici propri delle scienze della natura, è stata sempre meno capace di superare “gli steccati disciplinari che tradizionalmente dividono scienze della natura e scienze dello spirito” (M. Anzalone: Epistemologia, etica e clinica nell’antropologia medica di Viktor Von Veizsacker, ETS edizioni, 2017); pertanto, “la scienza medica, pur avendo raggiunto traguardi significativi nell’ambito della patogenesi e delle tecniche diagnostiche, non possiede ancora un autentico sapere sull’uomo malato” (ivi). Ne risulta sempre più trascurata la dimensione antropologica della relazione di cura.

La terapia ha perso la sua funzione di relazione fra chi si prende cura e chi si affida alle cure, ed è stata totalmente delegata all’azione biologica del farmaco.

La medicina narrativa costituisce un interessante tentativo di risposta alla crisi della medicina contemporanea attraverso il recupero della relazione dialogica fra il medico e il paziente, il riconoscimento che il paziente ha bisogno di raccontare la propria esperienza di malattia, ed il suo diritto di porre questa narrazione al centro del rapporto di cura.

La comunicazione fra il medico e il paziente costituisce lo strumento diagnostico principale. È la più potente ed economica fra tutte le tecnologie mediche di cui disponiamo, per la quantità e la qualità delle informazioni che possono emergere dal colloquio fra il medico e del paziente.

Tuttavia, come ci ricorda Danielle Ofri, la storia che il paziente racconta e la storia che il medico sente non sempre coincidono. Il principale ostacolo ad un’efficace comunicazione fra il medico ed il paziente è costituito dai due differenti punti di vista: il paziente è interessato soprattutto a raccontare la propria storia, il medico è interessato ai singoli sintomi (D. Ofri: Cosa dice il malato, cosa sente il medico. Il Pensiero Scientifico Editore, 2018).

Numerosi studi hanno dimostrato quanto è importante la relazione fra il medico e il paziente, quanto influenza gli esiti della cura. Ad esempio, l’inosservanza delle prescrizioni mediche è spesso la conseguenza di una relazione medico paziente non ottimale.

La relazione tra il medico e il paziente è fondata sulla comunicazione: il paziente racconta la sua storia al medico, il quale l’interpreta e la condivide con il paziente. La storia di una malattia, la storia clinica è una storia a tutti gli effetti, caratterizzata da una trama, da colpi di scena, da sfide e conflitti.

Tuttavia, la storia del paziente è spesso mortificata nel colloquio con il medico, sia perché impoverita nel linguaggio (il linguaggio del paziente viene impoverito attraverso la sua traduzione nel linguaggio biomedico), sia perché filtrata attraverso lo schema dell’anamnesi, che tende ad uniformare tutte le storie, ad annullarne l’originalità, l’unicità. Il linguaggio biomedico è un linguaggio specifico, standardizzato: è stato calcolato che gli studenti di medicina nel corso degli studi apprendano circa diecimila nuovi vocaboli . È un linguaggio diverso da quello del paziente e non facilita o addirittura ostacola la comunicazione.

L’esasperato tecnicismo della medicina contemporanea ha progressivamente impoverito e marginalizzato la comunicazione e quindi la relazione fra il medico e il paziente, sempre più sostituite dalle procedure diagnostiche e dai relativi referti. Come ha affermato Coulehan “ in medicina pensiamo di vivere in un mondo di fatti, un mondo arido che semplicemente accade, ma il mondo umano è veramente un mondo di simboli. La cura non può essere denudata dalle metafore, dalle immagini, dai simboli, dai significati e dalle interpretazioni” (in L. Zannini, cit.).

L’utilizzo delle tecnologie in medicina potrebbe essere compatibile con una piena ed efficace comunicazione fra il medico e il paziente. È quanto sostiene il chirurgo americano Atul Gawande: “La comprensione umana e la tecnologia non sono necessariamente incompatibili: possono rafforzarsi a vicenda. La macchina potrebbe diventare la migliore alleata della medicina. A livello basilare, non c’è nulla che allontani un paziente dal medico quanto un errore. E anche se non riusciremo mai a liberarcene – neanche le macchine sono perfette – se si riducono gli errori, la fiducia nella medicina può solo aumentare. Inoltre, man mano che il lavoro tecnico sarà sempre più affidato ai sistemi, il singolo medico potrà recuperare quegli aspetti che erano tanto importanti prima che arrivasse la tecnologia, per esempio parlare con i pazienti.” (A. Gawande: Salvo complicazioni. Fusi orari, 2005)

Gawande riconosce che il predominio tecnologico ha marginalizzato la comunicazione fra il medico e il paziente, ma ritiene che il recupero di questo fondamento delle cure sia possibile senza rinunciare ai benefici prodotti dalle tecnologie biomediche, attraverso un uso diverso di queste che non ostacoli anzi favorisca il colloquio fra il medico e il paziente.

Rita Charon correttamente individua nel predominio pervasivo delle tecnologie biomediche le cause della spersonalizzazione del rapporto fra i pazienti e gli operatori sanitari. “ Sembra che ci sia un prezzo da pagare per una medicina tecnologicamente sofisticata; quello dell’impersonalità, con terapie determinate da gruppi intercambiabili di specialisti, ossessionati dagli elementi scientifici e distaccati dal punto di vista umano (…) Senza un’autentica consapevolezza del vissuto individuale, la medicina potrà pure raggiungere i propri obiettivi tecnici, ma sarà comunque vuota o, nelle migliore delle ipotesi, dimezzata (…) Molti fallimenti della medicina odierna sono la diretta conseguenza di alcuni problemi fondamentali. Nelle relazioni con se stessi, con i pazienti, con i vari colleghi e con la società, i medici non sembrano né coinvolti né abituati a riconoscere la prospettiva dell’altro, né capaci, quindi, di provare empatia, di cogliere e rispettare il senso di quello che vedono.” (R. Charon, cit.)

La medicina scientifica ha ridotto la malattia esclusivamente alla sua dimensione biologica, ma questa non è l’unica dimensione della malattia che, invece, ha un enorme spessore esistenziale. “ È evidente che il sintomo e a maggior ragione la malattia non si limitano per il paziente al fenomeno biologico descritto dalla diagnosi clinica ma costituiscono un problema infinitamente più complesso che coinvolge aspetti cognitivi, emotivi, relazionali, progettuali (…) Quando il medico dà un nome alla malattia (…) ha in mente con chiarezza il quadro clinico corrispondente, gli interventi necessari, la terapia, la prognosi. Il paziente, invece, colloca queste diagnosi nella sua storia personale e nella sua cultura: ne risulta che il diabete o l’ipertensione di cui parla il medico sono assolutamente diversi dal diabete e dall’ipertensione del malato; il fatto che portino lo stesso nome diventa addirittura un fattore confusivo.” (G. Bert, cit.)

3. Riassumendo

La medicina narrativa è necessaria per recuperare una relazione efficace ed empatica fra il medico ed il paziente che si è sempre più impoverita.

Il paziente nella relazione con il medico ha soprattutto bisogno di raccontare la propria esperienza di malattia, la propria storia.

L’esasperato tecnicismo della medicina contemporanea costituisce il principale ostacolo alla comunicazione fra il medico e il paziente.

La ricostruzione del rapporto fra gli operatori sanitari ed i pazienti non è incompatibile con i benefici clinici prodotti dall’uso delle tecnologie biomediche, ma richiede un uso diverso di queste, che non impedisca il dialogo. 

La medicina narrativa è un modo innovativo di praticare le cure mediche che interpreta la malattia in quanto storia di un’esperienza ed utilizza a questo fine gli strumenti propri della narrazione: la lettura, la scrittura, la narrazione orale. Per tutto questo, la medicina narrativa non può essere considerata una particolare specializzazione, non è un metodo alternativo di cura, bensì una forma mentis che considera fondamentale nel rapporto fra il paziente e l’operatore sanitario la condivisione dell’intera esperienza di malattia e non soltanto dei suoi sintomi evidenti.

L’esercizio della medicina narrativa non può essere improvvisato, ma richiede specifici percorsi di apprendimento.

La medicina narrativa costituisce la risposta più convincente alla spersonalizzazione delle cure e all’impoverimento del rapporto medico paziente che sono sempre più evidenti nella medicina contemporanea e sono soprattutto la conseguenza dell’uso totalizzante delle tecnologie nelle pratiche assistenziali.

Ero laureato da un paio d’anni e frequentavo una scuola di specializzazione diversa da psichiatria, tuttavia lavoravo saltuariamente come medico di guardia notturna in una clinica psichiatrica. Avevo l’abitudine di percorrere tutti i reparti della clinica nella tarda serata. Non entravo nelle singole stanze, per non svegliare chi già dormiva: camminavo lentamente per sentire se tutti fossero tranquilli. Una sera, durante il mio solito giro, sentii provenire da una stanza con la porta chiusa una specie di strana cantilena. Bussai leggermente e non avendo risposta entrai. Una giovane donna era seduta sul letto e dondolava continuamente il tronco avanti e indietro. La cantilena era in realtà un pianto che sembrava seguire il ritmo dell’ondeggiamento del tronco.

Mi avvicinai e tentai di prenderle le mani per fermare quel continuo movimento e per farle sentire una presenza partecipe. Allontanò bruscamente le sue mani, rifiutando il mio contatto. Non sapevo nulla di lei e ignoravo cosa fosse opportuno dire. Scelsi di raccontarle un po’ della mia storia. Chissà perché avrebbe dovuto interessarla.

Non diede nessuna manifestazione di fastidio. Rallentò pian piano l’ondeggiamento del tronco, si distese sul letto. Dopo un po’ del suo silenzio, il mio racconto si concluse ed io lasciai la stanza. Rimasi qualche minuto fuori dalla porta ascoltando se il suo pianto ricominciava, ciò che non avvenne. Fu una fondamentale esperienza formativa.

La medicina narrativa: uno spazio per il dialogo

A partire dagli anni 90 del secolo scorso, nel mondo anglosassone e particolarmente negli USA, si sono progressivamente sviluppati due movimenti culturali sulla linea di confine fra scienze umane e scienze biomediche: Medical humanities e Narrative- based medicine.

Le scienze umanistiche applicate alla medicina (medical humanities) si sono sviluppate in ambito accademico, a partire dall’Università di Harvard, quale campo interdisciplinare che postula e sperimenta l’applicazione delle scienze umane, delle scienze sociali e delle arti alla formazione del personale sanitario ed alla pratica medica.

Il contributo delle scienze umane, delle scienze sociali e delle arti alle attività sanitarie è considerato funzionale a favorire la personalizzazione delle cure: esigenza prioritaria nella medicina contemporanea.

Il movimento per la medicina narrativa (narrative-based medicine) può essere considerato l’applicazione operativa al rapporto fra il medico ed il paziente di alcuni dei principi delle medical humanities.

Gli scopi prioritari della medicina narrativa sono: dare nuovamente spazio alla soggettività del paziente, alla sua parola, che è stata progressivamente sostituita dalle indagini di laboratorio; restituire spazio alla parola del medico, in gran parte ormai sostituita dagli automatismi dei referti. 

Ristabilire l’equilibrio naturale alterato dalla malattia richiede non soltanto competenze tecniche, ma anche relazionali: la medicina narrativa interpreta le relazioni fra esseri umani quali scambi di narrazioni e ritiene, pertanto, essenziale per un efficace rapporto di cura che il medico sia in grado di interpretare le narrazioni del paziente. Il paziente per la medicina narrativa è un testo, che  può, anzi deve, essere interpretato. 

L’elemento caratterizzante la medicina narrativa è la piena assunzione del punto di vista del paziente nella relazione di cura. La sfida che la caratterizza consiste nel trasformare un rapporto tipicamente squilibrato e asimmetrico, qual è quello fra il medico (che possiede tutte le conoscenze tecniche, tutta l’autorevolezza che ne deriva e possiede anche la soluzione ai bisogni del paziente) ed il paziente (della cui condizione di subordinazione è espressione persino il nome) in una relazione paritaria e collaborativa: l’equilibrio naturale alterato dalla malattia può essere realmente ristabilito soltanto se le competenze tecniche del medico e la conoscenza di sé e dei propri problemi che sono posseduti solo dal paziente sono messi insieme, integrati, co-narrati.

Da alcuni anni anche in Italia si va diffondendo in alcuni ambienti sanitari l’interesse per la medicina narrativa. Non sono tuttavia ancora documentate concrete esperienze operative nelle strutture sanitarie italiane. D’altro canto, la medicina narrativa, ed ancor più le medical humanities non sono un insieme di tecniche, bensì rappresentano un sostanziale cambiamento del paradigma culturale. I cambiamenti necessari per superare  la  crisi evidente della medicina riduzionista, totalmente egemonizzata dalla tecnologia,  potranno  realizzarsi  se e quando il nuovo orientamento culturale sarà sistematicamente introdotto nei percorsi formativi del nuovo personale sanitario. 

La caratterizzazione epistemologica della medicina moderna risiede nella necessità che i dati statistici risultanti dalle prove scientifiche siano adattati a ciascun caso che, a motivo della variabilità biologica e della complessità propria dell’essere umano, è specifico, tendenzialmente unico. I dati statistici, i risultati delle prove scientifiche vanno quindi individualizzati, personalizzati. Il processo di personalizzazione, essenziale per un corretto ed efficace iter diagnostico-terapeutico, si deve realizzare attraverso la conoscenza del singolo paziente e della sua storia: la narrazione è quell’universale umano che consente la trasmissione di messaggi, la condivisione delle esperienze, la ricostruzione della storia del paziente, che è appunto definita storia clinica.

Il rapporto fra il medico e il paziente è una relazione di tipo narrativo: non soltanto perché la storia clinica del paziente è dotata di trama, intreccio, colpi di scena, protagonisti e comprimari, ma anche perché la formulazione e la comprensione di ciascuna storia clinica richiede che il medico assuma il ruolo di co-narratore.

Un esempio di intersezione fra l’ambito umanistico e l’ambito biomedico è l’interrogativo di Virginia Woolf, la quale si domandava perché ci siano così pochi capolavori letterari dedicati al tema della malattia. Da questo interrogativo possono sorgere riflessioni sul significato della malattia nella storia e nell’esperienza degli uomini, sulla sua rilevanza culturale ed esistenziale.