Giulio Einaudi Editore, 2021
Recensione
Klara e il Sole: Homo sum…?
Klara ha i capelli neri e il caschetto. Klara non è umana. E’ un androide, un Amico Artificiale che viene acquistato per fare compagnia a una bambina, Josie. Ma cosa distingue Klara da un essere umano? Klara ha una migliore amica, prova emozioni. Crede nella capacità salvifica della luce del Sole. Un robot che crede in Dio è sempre un robot?
La scrittura di Ishiguro, in una sorta di capovolgimento del test di Turing, racconta gli atti perfettamente umani del suo androide in una voce che umana non è mai del tutto -c’è qualcosa di metallico nella voce di Klara, uno sfasamento dal mondo, un ritardo nel visualizzarlo, assemblarlo per comprenderlo emotivamente. Così come Klara ricostruisce il mondo ricomponendolo da riquadri -dove per noi l’atto della visione è istintivamente composto-, l’emotività umana, per noi involontaria e inarrestabile, viene da Klara processata.
Al centro della narrazione c’è la misteriosa malattia di Josie. La malattia crea una comunità intorno a lei, l’epicentro di reciproche fragilità continuamente pronte a spezzarsi. Klara, la madre e il padre di Josie, il suo amico Rick: il dolore per Josie crea una continua tensione nelle persone intorno, ma questa tensione non arriva mai al punto di rottura proprio per non turbarla. Sebbene sia ciò che unisce i personaggi, la malattia è per statuto indicibile: i personaggi del romanzo parlano sempre, continuamente, eppure sembrano non voler neanche lambire i punti nevralgici del loro dolore. Quando veramente cercano di comunicare, lo fanno senza parole: Josie e Rick giocano a disegnare, e in quei disegni c’è forse il più vero tentativo di comunicazione di tutto il romanzo.
Ciò che è inumano nell’esperienza della malattia è l’imperscrutabilità della guarigione -riuscire a riappacificarsi col fatto che non c’è un motivo per cui Josie può morire o per cui può salvarsi. Pur di agire, la madre di Josie chiede a Klara di imparare a memoria ogni gesto della figlia, perché le rimanga una sorta di Josie automatizzata, un succedaneo immortale della figlia. E ancora una volta ci chiediamo: una copia tecnologicamente perfetta di Josie -nei pensieri, nei tic, nel modo di camminare e parlare- sarebbe umana?
Klara, acquistata dalla madre per rimpiazzare Josie con un (inumano) atto di logica formale, fa in fondo esattamente il contrario: si dedica a un’irrazionale speranza. E’ convinta che, se fermerà una macchina inquinante che gira per le città, il Sole guarirà Josie. Nel suo gesto, nella sua interpretazione della realtà, c’è una dimensione ormai compiutamente antropologica: la fede in una forza superiore, la volontà di compiere un sacrificio per ottenere la benevolenza del Dio.
Saremmo tentati di dire che quello è il momento in cui il burattino Klara si anima e diventa umana: se non fosse che Klara non dubita mai. Mentre gli altri personaggi sono alla deriva -e l’aggravarsi delle condizioni di Josie non è in realtà che il detonatore che fa esplodere paure e fragilità più profondamente radicate nelle loro esistenze, Klara non ha incertezze. Sa esattamente come aiutare Josie, sa con certezza che il Sole la guarirà.
La sua convinzione riesce a coinvolgere nella sua missione Rick e il padre di Josie, ma con una differenza fondamentale: mentre Klara ha fede nel Sole, i due umani lambiscono appena la speranza. Speranza che ci sia qualcosa, tra gli ingranaggi di Klara che non conoscono, che sappia davvero come aiutare Josie.
Parafrasando l’adagio di Pau Valery, Le vent se leve: il faut tenter de vivre: si deve sperare. Senza un esercizio di speranza affrontare la malattia di Josie sarebbe troppo per i suoi cari. Ma non ci riescono da soli. Per questo -non per essere un Amico Artificiale, o un inserviente, o un clone di una persona morta- hanno bisogno di Klara.
E, forse, è qui che la domanda sottesa a tutto il libro di Ishiguro -che cosa ci rende esseri umani?- trova un confine invalicabile tra gli umani e Klara.
Siamo umani perché dubitiamo, siamo umani perché disperiamo il miracolo. Siamo umani perché, dopo che la principessa si è svegliata, non viviamo felici e contenti. Siamo umani perché non riusciamo a credere se non costruendo un fantoccio che creda per noi. Siamo umani perché, a differenza di Klara, non sappiamo dove è il sole.
(AL)