La formazione per la Medicina Narrativa

di Tommaso Langiano
  1. Rapporto di cura e narrazione

Danielle Ofri, una dottoressa americana che ha scritto un interessante libro sulla relazione tra medici e pazienti (https://pensiero.it/catalogo/libri/cosa-dice-malato-cosa-sente-medico), racconta che una sua paziente durante la visita le disse: 

  • Vorrei che per arrivare alla mia malattia esaminasse la mia anima e non solo la mia carne, perché ogni persona è malata a modo suo.

La relazione fra il medico e il paziente coinvolge due persone nella loro complessità e si costruisce attraverso la comunicazione. La narrazione favorisce la costruzione della relazione fra il paziente che racconta la propria storia e il professionista sanitario che la comprende e l’interpreta attraverso le proprie competenze narrative. L’operatore sanitario che manifesti un atteggiamento empatico aiuta il paziente a raccontare la propria storia, in modo da comprenderla e interpretarla. Tutto questo è finalizzato ad accrescere l’efficacia della relazione terapeutica. 

In cosa consiste, dunque, concretamente la medicina narrativa

  • Assumere come centrale il punto di vista del paziente, ivi comprese le sue interpretazioni della propria malattia; 
  • creare una connessione con il paziente, attraverso il ricorso all’empatia
  • condividere le decisioni con il paziente.

“La medicina narrativa si basa su due tipi di competenze: una competenza comunicativa di elevata qualità ed una competenza legata alla capacità di leggere, di scrivere, di narrare se stessi, di interpretare le narrazioni degli altri, di costruire storie” (G. Bert https://pensiero.it/catalogo/libri/professionisti/medicina-narrativa). 

2. Competenze narrative

La pratica della medicina narrativa richiede il possesso di competenze che devono essere acquisite con una specifica formazione.

Le competenze narrative sono importanti per comprendere la storia  della malattia e per elaborare il progetto terapeutico. Il coinvolgimento attivo del paziente nel progetto terapeutico, in modo che assuma la forma di una storia della guarigione, favorisce l’adesione del paziente alla terapia. La medicina narrativa, quindi, si esercita soprattutto “ nella raccolta anamnestica e nella formulazione del progetto terapeutico” (Zannini,  https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/lucia-zannini/medical-humanities-e-medicina-narrativa-9788860301628-250.html).

Nelle facoltà mediche americane sono ormai comuni i corsi per formare gli studenti di medicina all’ascolto ed alla capacità di comunicare. È ormai diffusa la consapevolezza che ai medici, insieme alle conoscenze propriamente mediche, occorra insegnare anche come comunicare bene.

Secondo Rita Charon (https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/rita-charon/medicina-narrativa-9788832851045-3004.html.), le competenze narrative sono molto utili nella necessaria ricostruzione del rapporto medico paziente: “ L’attenzione alla relazione, alla spiritualità e all’etica è il segnale di un impegno importante per arrivare a sanare il rapporto fra medico e paziente e per migliorare i risultati terapeutici (…) È fondamentale sforzarsi di comprendere sempre meglio le  parole del paziente, per essere disponibili ed efficaci nella cura (…)  La  formazione alla lettura e alla scrittura contribuisce all’efficacia clinica. Sviluppando competenze narrative, i professionisti della salute possono essere più attenti verso i pazienti, sintonizzati con le loro esperienze, riflessivi nel proprio lavoro, precisi nell’interpretazione (…) I benefici sono molti: sviluppo dell’immaginazione e dell’attenzione, aumento dell’empatia, consapevolezza delle implicazioni etiche della cura”.

È necessario sviluppare le competenze che permettano di cogliere il valore ed il significato delle parole del paziente, delle storie di malattia. Il rapporto fra il medico ed il paziente è anche un incontro di competenze: il medico contribuisce con le competenze tecniche e scientifiche, il paziente con la conoscenza delle proprie esperienze di malattia e di vita.

Le competenze narrative non sono alternative alle conoscenze scientifiche, ma ad esse complementari: le indagini scientifiche tendono a standardizzare i casi e quindi necessariamente trascurano la specificità di ogni singolo paziente;  le competenze narrative consentono di cogliere ciò che è unico e originale. 

“ Quando i malati si lamentano di essere trattati come numeri, come prodotti di una catena di montaggio, ci stanno dicendo che non si sono sentiti considerati nella loro singolarità, che sono stati ridotti a copie di altri corpi. Ma con la narrazione si può recuperare l’individualità perduta“ (R. Charon, cit.).

Il rischio di spersonalizzazione del paziente nel rapporto clinico si rivela anche nella struttura e nelle modalità di compilazione della cartella clinica: il linguaggio è impersonale; i verbi sono per lo più in forma passiva ed all’infinito; la soggettività è compressa nell’elencazione dei sintomi; è eliminata qualunque espressione relativa alle emozioni.

Rita Charon ha proposto uno strumento per recuperare e valorizzare la soggettività dei pazienti e degli operatori sanitari: la cartella parallela, ovvero un’integrazione della cartella clinica in cui riportare le impressioni, le esperienze, le emozioni vissute dall’operatore sanitario nel rapporto di cura. “L’obiettivo è quello di arrivare a una rappresentazione efficace delle proprie esperienze” (R. Charon, cit.).

Non soltanto le emozioni del paziente, anche le emozioni dell’operatore sanitario sono importanti nel rapporto di cura. “ La maggior parte dei medici prova, in presenza dei malati, emozioni e sensazioni varie ed intense, solo che non sa come utilizzarle, le percepisce come un ostacolo all’obiettività scientifica e come motivo di imbarazzo. Il risultato è che, anziché vederle e imparare a usarle come strumento relazionale, tende a soffocarle, a controllarle: l’atteggiamento scientifico, da osservatore distaccato, diventa così uno strumento di difesa più che di professionalità.” (G. Bert, cit.)

La letteratura e la medicina hanno entrambe l’obiettivo di comprendere la persona nella sua complessità: questa affinità giustifica l’importanza delle  “medical humanities” nella formazione del personale sanitario. Lucia Zannini  (cit.) sostiene che “i mezzi che l’operatore sanitario usa per interpretare l’esperienza di malattia del paziente sono affini a quelli che il lettore usa per comprendere le parole dell’autore dell’opera letteraria”.

La positiva influenza reciproca fra letteratura e medicina è testimoniata anche da Anton Cechov, medico e scrittore: “Non dubito che la pratica delle scienze mediche abbia avuto un profondo influsso sulla mia attività letteraria; essa ha notevolmente allargato il campo delle mie osservazioni, mi ha arricchito di cognizioni il cui vero pregio, per me in quanto scrittore, può comprendere solo chi è medico lui stesso.” (A. Cechov: Senza trama e senza finale. Minimum fax, 2002)

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