Sulla malattia di Virginia Woolf (On Being Ill, 1930)Bollati Boringhieri ed. 2006

1. La riflessione di Virginia Woolf sui rapporti tra malattia e letteratura nasce da un interrogativo: malgrado la ricchezza esistenziale della malattia, perché la letteratura le ha riservato scarsa attenzione? Il saggio sulla malattia, composto dalla scrittrice inglese nel 1930, si sviluppa intorno a due nuclei fondamentali: che cosa caratterizza la malattia (dal punto di vista di una letterata); per quali motivila letteratura tende a trascurare la malattia ed i malati.

2. La malattia, per una scrittrice come Virginia Woolf, è una “grandiosa esperienza”, uno stato di esaltazione della sensibilità che permette di cogliere aspetti che normalmente sfuggono alla nostra attenzione. È un’esperienza così speciale e diversa che non si può comunicare agli altri, tutt’al più risveglia negli altri il ricordo delle proprie malattie e delle proprie sofferenze. La malattia induce alla sincerità e conferisce maggiore profondità al nostro giudizio: “Quando si è malati le parole sembrano possedere una qualità mistica. Afferriamo ciò che va oltre il loro significato superficiale”. Virginia Woolf associa la malattia alla libertà perché il malato è liberato dagli obblighi e dalle convenzioni sociali: “ non più soldati nell’esercito degli eretti, diventiamo disertori. Loro marciano verso la battaglia. Noi fluttuiamo come i ramoscelli nella corrente; confusi con le foglie morte del prato, irresponsabili e disinteressati e capaci, forse per la prima volta dopo anni, di guardare intorno, di guardare su – di guardare, per esempio, il cielo.“

Poiché ritiene che la malattia renda liberi dai vincoli sociali, ed anche perché non crede alla solidarietà fra le persone, Virginia Woolf nega che si possa provare compassione verso i malati: “ Noi non conosciamo la nostra anima, figuriamoci l’anima degli altri. Gli esseri umani non procedono mano nella mano per tutta la strada. C’è una foresta vergine in ognuno; un campo innevato dove anche l’impronta di un uccello è sconosciuta. Qui procediamo da soli, e ci piace di più così. Essere sempre compatiti, essere sempre accompagnati, essere sempre compresi sarebbe intollerabile.”

3. Malgrado la malattia possa essere considerata, quanto a capacità ispiratrice e rilevanza tematica, allo stesso livello dell’amore, delle battaglie e della gelosia, Virginia Woolf non ritiene che queste potenzialità siano state realmente sfruttate dalla letteratura, che ha sempre riservato poco spazio alla malattia ed ai malati. A suo giudizio, il motivo principale per cui la letteratura ignora la malattiaè il rifiuto del corpo: la letteratura predilige la mente e tende ad ignorare il corpo, perché difetta di coraggio; avere dimestichezza con le pratiche quotidiane del corpo e i suoi frequenti dolori richiede, infatti, vero coraggio.

Un ulteriore ostacolo che si frappone fra letteratura e malattia è la specifica povertà del linguaggio comune rispetto alle condizioni del malato. Per esprimere, ad esempio, i sentimenti disponiamo di una ricca varietà di termini. Ci aiuta poco, invece, il linguaggio quando vogliamo manifestare condizioni di sofferenza e di malattia, se si prescinde dalle terminologie tecnico-mediche.

4. Nell’edizione qui citata, il saggio di Virginia Woolf sulla malattia è accompagnato da un breve saggio di Charles Lamb intitolato al Convalescente.

L ‘accostamento è giustificato non soltanto dalla similitudine dell’argomento, ma anche dalla stima che la Woolf nutriva nei confronti dei saggi di Lamb. Lo stesso Lamb era stato a lungo affetto da gravi problemi psichiatrici ed il saggio prende esplicitamente spunto dalla sua convalescenza dopo una “febbre nervosa”. Del resto, anche Virginia Woolf aveva familiarità con la malattia: tutta la sua esistenza fu segnata dal mal di testa, dagli svenimenti, dall’insonnia e dalla febbre; la depressione e l’angoscia ne erano in gran parte le cause.

Lamb sostiene (per paradosso? per ironia? per convinzione?) che la malattia sia una condizione privilegiata per diverse ragioni: perché permette “un oblio completo di tutte le attività che si svolgono sotto il sole“; perché consente di diventare insensibili; perché si accompagna alla solitudine; perché l’unico dovere del malato è “un supremo egoismo“.

5. Entrambi questi saggi sulla malattia la descrivono come una condizione privilegiata, in quanto svincola il malato dai condizionamenti e dagli obblighi sociali e gli permette di essere, pienamente e senza vincoli, se stesso. Le considerazioni di Virginia Woolf e di Charles Lamb generano sconcerto poiché sembrano ignorare o quantomeno occultare le sofferenze fisiche e psicologiche che in misura variabile sempre accompagnano la condizione dei malati. Tuttavia, ci inducono a considerare la malattia in modo diverso dal solito, a saperne cogliere anche le opportunità, la dignità, persino le possibilità di cambiamento che talvolta consente. Il valore positivo che entrambi gli Autori riconoscono alla malattia si spiega in quanto entrambi ritengono che nella malattia si manifestino pienamente l’identità e l’unicità della persona: nella malattia siamo affrancati dai condizionamenti sociali e quindi possiamo esprimere il nostro vero essere, la nostra unicità.

La negazione della possibilità di provare compassione nei riguardi dei malati ci può sembrare sorprendente e persino provocatoria, eppure, deriva dall’identificazione della malattia con la libertà e con la solitudine. La Woolf conferisce alla malattia un sovrappiù di dignità e quindi non la percepisce come condizione di debolezza, da compatire.

Del resto, la letteratura ha le sue logiche e le sue regole: stupire il lettore è uno dei suoi obiettivi, l’originalità uno dei suoi valori.

Inoltre, le considerazioni sui limiti del linguaggio – formulate in particolare da Virginia Woolf – sono un esempio di quanto possa essere proficuo il confronto fra letteratura e medicina: il nostro linguaggio corrente è molto povero per esprimere la complessità, la profondità della malattia. Il linguaggio tecnico schiaccia il linguaggio comune nel dominio della malattia.

6. Nella postfazione, Nicola Gardini sostiene che l’osservazione di Virginia Woolf in merito alla mancanza di “una riflessione non medica – cioè letteraria – sulle implicazioni della malattia (percettive, emotive, sentimentali)“ sia stata valida fino alla rivoluzione industriale. Successivamente, invece, la malattia ha conquistato in ambito letterario un protagonismo sconosciuto in precedenza. Lo spazio ben più ampio che la malattia ha acquisito in ambito letterario è stato determinato dalla trasformazione del malato in soggetto, laddove in precedenza “era qualcuno che si prendeva un accidente, come il Don Rodrigo dei Promessi sposi, magari direttamente dagli astri e da Dio, era cioè un oggetto (…) nell’età moderna il malato diventa più significativo della stessa malattia e del medico (…) la malattia non si è aggiunta al nostro corpo, non è un’affezione contingente, ma è un modo di vivere“.

Si può aggiungere, altresì, che l’età moderna ha segnato un’ulteriore cesura nei riguardi della malattia: sia la nascita della cultura infettivologica, sia la strutturazione degli ospedali han finito col segregare i malati dai sani e quindi hanno connotato sempre più la malattia come uno stato di eccezione, una condizione di devianza. Nel perdere i precedenti caratteri di normalità, la malattia ha anche acquisito un nuovo interesse da parte dei letterati.

Abstract

Virginia Woolf and Charles Lamb have each dedicated an essay to disease, which they both consider a condition of freedom, as it exempts us from social constraints and obligations. Woolf also wonders why the literature has not considered disease as one of the most discussed topics.

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