Georgi Gospodinov, Cronorifugio

Voland 2021

Recensione di Anna Langiano

Le persone dimenticano.

Il nostro passato, che ci sembra un’appendice del nostro essere più visceralmente unita a noi del nostro corpo stesso, non ci è dato per sempre. La vecchiaia, la malattia possono eroderlo, portarsi via gli eventi che ci hanno reso noi stessi, i volti amati, il nostro stesso nome.

Ma cosa avviene all’essere umano quando lo smemoramento dal singolo si allarga a un’intera società, e dimenticare non è più l’eccezione -lo stato alterato, di malattia quindi, intesa come devianza dal normale funzionamento di un organismo- ma la regola socialmente condivisa?

La perdita della memoria è una disgregazione dell’anima prima ancora del corpo; ma è questo il contrappasso atroce di ogni malattia, che ogni malfunzionamento del corpo corrisponde un malfunzionamento del sé, un modo di percepire, pensare, vivere che viene messo in discussione e deve riassestarsi,

Perché è il corpo che definisce il nostro rapporto col mondo: la mia prospettiva cambia, se posso prendere o meno col braccio gli oggetti alla mia destra, se guardo le persone negli occhi o dal punto di vista riabbassato della sedia a rotelle. Viviamo il mondo dentro e attraverso il nostro corpo, e quando questo non funziona, o funziona male, è il mondo stesso che s’inceppa.

Nel romanzo Cronorifugio, Georgi Gospodinov ci racconta un mondo in cui la perdita della memoria è talmente diffusa da far venire al bizzarro medico Gaustìn l’idea di una clinica del tempo, con stanze dedicate a precisi decenni storici o addirittura singoli anni, dove i pazienti che non riconoscono più la loro vita nel presente ma che ancora riconoscono se stessi nel passato possono (ri)vivere la vita che conoscono in quella parte di memoria non ancora cancellata.

L’idea ha un tale successo che la clinica si ingrandisce e arriva ad accogliere anche i sani: inizialmente per accompagnare i malati, poi come fuga consapevole dal mondo.

Ma l’esperimento è talmente convincente che la politica stessa se ne appropria, ed è qui che dalla malattia come esperienza del singolo il libro suggerisce una riflessione sulla malattia come metafora di un malessere sociale che il singolo sconta nel proprio corpo. La diffusione dell’Alzheimer diventa la malattia di un mondo che ha dimenticato se stesso, di una società che non ricorda più il proprio passato. La perdita della memoria fa vivere nel corpo dei singoli quella mancanza di identità e di comprensione di un passato comune che destabilizza la società.

La mancanza di memoria diventa una malattia collettiva e sociale, un disgregarsi dell’io singolo e poi dell’io collettivo. Ma questa malattia porta con sé una malattia più subdola, e da cui è tanto più difficile difendersi in quanto viene scambiata per la cura, quindi invece di essere combattuta viene acclamata coralmente: la costruzione posticcia di una memoria, anzi la consapevole e incestuosa inversione tra presente e passato.

L’autore ci descrive così come i paesi d’Europa indicano un referendum per ritornare ognuno a un dato anno o decennio storico, per riviverlo artificiosamente, avvolgere il nastro della storia e tornare al passato invece che proseguire verso il futuro.

Non siamo più di fronte a situazioni eccezionali, a malati che cercano di ricostruire un’identità perduta dalla malattia: alla perdita della memoria singola si sostituisce la mancanza collettiva di un passato, e quindi l’incapacità di costruire insieme un futuro. Non potendo più andare avanti insieme, insieme si torna indietro.

Popoli senza memoria si riaggregano in un passato posticcio, raccontato ad usum delphini: la mancanza di un passato e la perdita della memoria diventa un trauma collettivo che impedisce la costruzione condivisa di un futuro.

E mentre il passato muore, Gaustìn scompare, e con lui le parole per raccontarlo. La perdita di memoria attacca anche la voce narrante, che perde il rapporto con le proprie parole, arrivando a chiedersi (e a chiederci) se l’ora scomparso Gaustìn sia esistito davvero, e non sia stato un mero prodotto della sua fantasia.

E’ questo un ulteriore, interessantissimo spunto che offre al nostro discorso il libro di Gospodinov: la confusione tra lo scrittore e la sua opera, che scorre parallelamente a quello tra presente e passato dovuto alla malattia.

Non è la memoria, ovvero la persistenza nella nostra mente e quindi nella nostra realtà di qualcosa che non esiste più, incredibilmente simile alla scrittura, ovvero la creazione nella nostra mente e quindi nella nostra realtà (e in quella del lettore) di qualcosa che non é esistito mai?

La malattia, invertendo il ritmo tra presente e passato, rende reale nel presente ciò che è stato invece reale nel passato ma non lo è ormai più, ovvero i ricordi; similmente, la fantasia dello scrittore fa diventare reale ciò che non è mai stato, Il processo è lo stesso.

Lo scrittore trascina il lettore nella propria confusione di reale e irreale, generando in lui lo stesso smarrimento che viene provocato dalla perdita di memoria, in cui il mondo in cui ci si muove non tiene.

E’ davvero il personaggio che parla, o l’autore? E di quale anno sta parlando, veramente? Del 2022 o del 1989? Esistono le cose intorno a me, o sono solo un ricordo o una fantasia? E io, esisto?

I malati di memoria vivono in uno sfasamento continuo con il reale (non sono nell’anno in cui credono di essere; nella casa dove ricordano di vivere; con le persone che ricordano di avere accanto): non dissimilmente, la finzione letteraria tradita crea uno sfasamento tra il reale e l’immaginato.

Ecco allora che Gaustìn, presentato per metà romanzo un personaggio reale, risulta improvvisamente un personaggio irreale nella stessa finzione romanzesca, un sogno della voce narrante. E allora la clinica, il referendum? Sono eventi reali o inventati dalla voce narrante, e quindi un sogno nel sogno della creazione letteraria?

“Cos’è la vita? Delirio. Cos’è la vita? Illusione, appena chimera ed ombra, e il massimo bene è un nulla, ché tutta la vita è sogno, e i sogni, sogni sono.” (Calderon de la Barca)

Il mondo che si smemora parallelamente al narratore è qualcosa che sta davvero avvenendo nella finzione narrativa, in quella che i tecnici chiamano la myse en abime, o è una metafora narrativa che investe il protagonista e che gli fa vedere (sognare?) eventi che non esistono?

Il protagonista tenta di scrivere, di parlare, ma non ricorda le parole, e le parole si sono portate via il mondo -qualsiasi mondo possibile: il mondo reale e quello immaginativo.

Lo smarrimento, la confusione, la perdita di identità è totale: la perdita del reale porta sempre con sé la perdita del sé, perché non possiamo riconoscerci nel mondo intorno diventa impossibile costruire un Io.

Ed è qui che, improvvisamente e volutamente, la costruzione romanzesca si inceppa, il patto narrativo (scrivo un prodotto di finzione ma tu, finché le pagine sono aperte, fa’ finta che sa vero; e piangi con Romeo e combatti con d’Artagnan) col lettore viene meno.

Il protagonista-autore non riesce più a raggranellare lembi di realtà, a metterli in un ordine, a ricostruire con essi una forma che abbia un senso, e cerca di trattenere almeno un reale immaginato, far sì che almeno le parole non spariscono.

Lo scrittore che perde la memoria inventa una clinica dove curare chi perde la memoria. Lo scrittore privo di ricordi inventa Gaustìn, l’uomo ossessionato dal passato, che vuole recuperare il già vissuto.

Siamo autori della nostra storia. Ma senza la memoria viene meno il linguaggio stesso con cui possiamo narrare la nostra storia. Senza la memoria, non possiamo narrare noi stessi. E chi non può narrarsi, non esiste più.

La memoria è il linguaggio della nostra anima e del nostro io: quando si perde, non siamo altro che un grido inarticolato.

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