Giuseppe Pontiggia sulla malattia

(Riportiamo un interessante articolo pubblicato da Giuseppe Pontiggia sul supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore nel 2001. Il noto romanziere riflette sulle difficoltà di accettare la malattia in una società come la nostra, che confonde la normalità con la perfezione. Pontiggia sottolinea l’importanza delle parole, dei nomi, per comprendere ed accettare le vicende umane. Linguaggio e malattia ancora una volta si incontrano nella sensibilità e nelle riflessioni di un grande narratore.)

Vedo in televisione la giovane madre, animosa e ansiosa, di un bambino emofiliaco, che dichiara: “Noi non la consideriamo una malattia. È un difetto, un semplice difetto che si può curare benissimo.” Più avanti aggiunge: “È un bambino assolutamente normale, può condurre una vita assolutamente normale, come tutti gli altri.”

Si intuisce, dalla veemenza con cui ripete un avverbio precario come assolutamente, che lo sforzo, prima che di convincere gli altri, è di convincere se stessa. La si può capire, in una società che coltiva il miraggio della normalità e la scambia per una perfezione di massa. Ovvero esercita una coazione, funzionale ai consumi, a imitare modelli in cui solo pochi idioti (moltissimi) si riconoscono. A cominciare da quelli fisici: dalle donne fenicottero delle sfilate, sopravvivenze ambulanti a diete penitenziali, agli uomini muscolati delle palestre estetiche, campioni di una virilità resa latitante dai farmaci. Quanto alla normalità intellettuale, meglio non indugiarvi, se pensiamo a quanti stupidi ci assediano La stupidità è l’isola infelice della satira moderna, da Swift a Flaubert a Ionesco, da Longanesi a Flaiano a Wilcock.

La si può capire questa madre, in un pianeta telematico succube di catene demenziali di associazioni: salute-perfezione-felicità. E che è atterrita a pronunciare una parola come malattia quanto liberata a pronunciare una parola come normalità. Ha il panico dei nomi, non privo di legittimità in un mondo che ha sempre fatto delle distinzioni nominalistiche il principio di discriminazioni odiose e spesso fatali. Milioni di uomini sono stati perseguitati e uccisi in nome dei nomi.

Questa madre ha però sperimentato la malattia di suo figlio e sa che, chiamandola difetto, non ne attenua i disturbi. Non dovrebbe temere di pronunciare quella parola. Tutti abbiamo qualche malattia, latente o manifesta, grave o lieve. Quelli che dicono di essere perfetti hanno la malattia più preoccupante di tutti: sono malati di mente.

Alcuni hanno aspettato il crollo delle Torri per includere la malattia e la morte nei loro orizzonti di attesa. Hanno scoperto che si può morire – come dice il linguaggio – “da un momento all’altro“. Che si può parlare di affari e dopo pochi minuti precipitare nel vuoto per trecento metri. I Greci l’avevano presente migliaia di anni fa, anche se non avevano costruito grattacieli. Gli uomini però li chiamavano “mortali“, mentre noi li abbiamo privati di questo incidente di percorso.

Noi viviamo nell’universo della pubblicità commerciale, dove non esiste la malattia o la morte, tranne che in quella dei farmaci o delle pompe funebri. Ma nei momenti duri della vita gli uomini ritrovano la verità della parola. Sono i momenti euforici che li rendono idioti.

Questa madre dovrebbe approfittare delle difficoltà per ritrovare un linguaggio in cui riconoscersi. Parlare di una malattia che si può fronteggiare. Se avrà fiducia nel linguaggio, vedrà che il linguaggio la ricambierà.

(Il Sole 24 Ore, 2 dicembre 2001)

Abstract

Here is an interesting article published by Giuseppe Pontiggia in the Sunday supplement of Il Sole 24 Ore in 2001.
The well-known novelist reflects on the difficulties of accepting the disease in a society like ours, which confuses normality with perfection. Pontiggia underlines the importance of words, of names, to understand and accept human affairs.
Language and disease meet once again in the sensitivity and reflections of a great narrator.

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